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di giovanni boccaccio. 233

del copiare i componimenti altrui, il consorzio di pochi ma dotti amici, lo presidiavano incessantemente, e sappiamo ch’egli fu largo di cara e lunga ospitalità a Leonzio Pilato, ruvidissimo uomo greco cui dovette la cognizione del più dotto tra tutti gl’idiomi; sicché era ormai venuta stagione che il Certaldese facesse più conto dell’ispida barba d’un proscritto tessalonicese, di quello che sia degli sguardi ammaliatori delle Fiammette. Dall’anno 1361, in cui vesti l’abito chericale, sin all’ultimo della vita, menò dunque suoi giorni con tanto riserbo, o in mezzo a tali austerità che potè apparire uomo tutto nuovo; né giovò poco il Petrarca a tenerlo saldo sul sentiero delle virtù cristiane, sentiere che gli era stato aperto dalla parola del beato Pietro Petroni. Questo buon certosino (siccome abbiamo dagli atti inseriti nel T. viii de’ Bollandisti) trovandosi presso a morte, por mezzo di Giovacchino Ciani, certosino sanese, fece sapere a messer Giovanni, che gli sarebbero rimasti pochi soli anni di vita; e che se in questi pochi anni non avesse dato bando alla poesia sarebbe stata inevitabile la sua perdizione. Conturbatosi il Boccaccio, per minaccia tanto funesta, volea non solo alienarsi