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di costanzo taverna. 211


patria, cioè sino verso il suo cinquantesimo anno, non gioverà fare narrazione minuta. È in generale da considerarsi ch’egli la conduceva tra le benedizioni di ogni ordine di persone, e quale poi da lui continuata venne per tutto il resto dei giorni suoi nelle viniziane contrade. Modestissimo, com’egli era, la nobiltà della sua famiglia non fu mai il soggetto dei suoi discorsi, né io ho saputo giammai ch’egli fosse feudatario di Landriano, né ciamberlano di S. M. I. Nel prosperevole stato di sua fortuna misurava con giusta bilancia le spese colle rendite, osservando che sono ugualmente viziosi gli estremi di una sordida parsimonia che rende l'uomo vile, e di una profusione imprudente che lo rende pazzo. Niuna amara vicenda destava in lui tetro umore, e quello squarcio medesimo che il duro imperio dei tempi faceva della religione dei nostri padri, non lo rimoveva dal rispettar meno il braccio delle autorità, dissimulando ognora quei mali che non era io suo potere di correggere e d’impedire. Non usciva mai dalla sua bocca parola che disconvenisse né alle regole della più fina educazione né a quelle del divino Vangelo; ed era sempre uffizioso e gentile nelle maniere, sem-