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libro sesto. 133

trebbe stare la vita de gli huomini) gli apparati, et la pompa, elle sarebbono state come un certo che di sciocco, et di scimunito. Ne lo alzar gli occhi al cielo, et nel risguardare le maravigliose opere di Dio, ci maravigliamo più di lui, mediante le cose belle, che noi veggiamo, che mediante la utilità, che ne sentiamo. Ma perche vò io dicendo simili cose? La natura stessa de le cose, il che si puo vedere per tutto, non resta mai l’un dì più che l’altro di scherzare con lascivia, dietro al troppo piacere de le bellezze. Lascio l’altre cose indietro, et quel che ella sa nel dipingere i fiori. Che se simili bellezze si desiderano in cosa alcuna, l’edificio veramente è una certa cosa, che non può stare senza esse in modo alcuno, talmente che et coloro, che sanno, et gli ignoranti ancora non ne restino offesi. Che cosa è quella, che ne faccia muovere per una gran massa di Pietre mal formata, et male acconcia, se non, che tanto quanto ella è maggiore, tanto più biasimiamo la spesa gittata via? et vituperiamo l’inconsiderata libidine de le ammontate Pietre? L’haver satisfatto a la necessità è cosa leggiere, et di poco momento; l’haver havuto rispetto a la commodità, non è cosa gratiosa dove la bruttezza de l’opera ti offenda. Aggiugnesi che questa sola, de la quale parliamo, arreca non piccolo aiuto et a la commodità, et a la eternità. Percioche chi sarà quello, che nieghi, che non sia molto più commodo l’habitare in un edificio ben fatto, et adorno, che raccorsi dentro a muraglie brutte, et abbiette? O qual cosa si può fare da nessuna arte de gli huomini tanto stabile, che sia affortificata a bastanza contro all’ingiuria de gli huomini? Et la bellezza sola impetrerà gratia da gli huomini ingiuriosi, che e’ modereranno le stizze loro, et sofferiranno che non le sia fatto villania. Ma io voglio ardire di dire questo: Nessuno lavoro per nessun’altra cosa può giammai esser più sicuro da le ingiurie de gli huomini, et parimente illeso, quanto che per la dignità, et venustà de la sua bellezza. In questo si debbe porre ogni cura, et ogni diligentia, et a questo referirsi ogni spendio; di maniera che quelle cose, che tu farai, sieno et utili, et commode, et ancora principalmente ornatissime, et perciò gratiosissime, talmente che chi le risguarda habbia ad haver caro, che e’ non si sia fatta in alcuna cosa maggiore spesa, che in questa. Ma che cosa sia bellezza, et ornamento da per se, et che differentia sia infra di loro, forse lo intenderemo più apertamente con lo animo, che a me non sarà facile di esplicarlo con le parole. Ma noi per esser brevi la diffiniremo in questo modo, et diremo, che la bellezza è un concerto di tutte le parti accommodate insieme con proportione, et discorso, in quella cosa, in che le si ritruovano; di maniera, che e’ non vi si possa aggiugnere, o diminuire, o mutare cosa alcuna, che non vi stesse peggio. Et è questa certo cosa grande, et divina: Nel dar perfettione a la quale si consumano tutte le forze de le arti, et de lo ingegno, et di raro è concesso ad alcuno, nè ad essa natura ancora, che ella metta inanzi cosa alcuna, che sia finita del tutto, et per ogni conto perfetta. Quanto è raro (dice colui appresso di Cicerone) un bello Giovinetto in Atene. Intendeva quello scrutatore de le bellezze, che a coloro, ch’e’ non lodava, mancassino, o avanzassino alcune cose, le quali non si affaccendo a la somma, et intera bellezza, a potevano (s’io non m’inganno) acquistarsi per via de gli ornamenti con lisciarsi, et con il coprire se eglino havevano cosa alcuna brutta, o con pettinarsi, et pulirsi le cose più belle, accioche le cose meno gratiose offendessero manco, et le gratiose porgessero più diletto. Se questo si crederà cosi, sarà certo lo ornamento una certa luce adiutrice de la bellezza, et quasi uno suo adempimento. Mediante queste cose penso io che sia manifesto, che la bellezza è un certo che di bello, quasi come di se stesso proprio, et naturale diffuso per tutto il corpo bello, dove lo ornamento pare che sia un certo che di appiccaticcio, et di attaccaticcio, più tosto che naturale, o suo propio. Di nuovo ci restà a dir questo: Coloro che murano di maniera che voglino che


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