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242 Adolfo Albertazzi


tandosi indietro quasi il segretario avesse parlato. Rossi erano; congestionati, sembravano, tutti e due. Ma Agosti non aveva parlato; aveva veduto quel che il notaio aveva veduto.

— Eh? cosa? — Scappò via, Agosti, fuori della stanza, come se ci avesse veduto un leone a bocca spalancata o una leonessa, dentro il cofano. Per dir meglio, più semplicemente — con scandalo dell’assemblea — scappò via come uno che non può più resistere.

— Cosa? cos’è stato? Cosa c’è? — adesso significavan nello stupore enorme tutte le facce, mentre il notaio rialzava appena appena il coperchio e si accertava che le carte lì dentro erano tutte della stessa sorte.

Sì, tutte della stessa, sorte! della stessa natura!

Il povero uomo del Diritto cercò il modo e le parole per trarsi d’imbroglio. Trovò. Parlò con voce tremula:

— Quanto è contenuto qui dentro non è ostensibile. — Non è ostensibile — ripetè — ; non ammette alcun atto legale, e solo a un amico intimo della famiglia spetta consigliar il da farne.

Così dicendo il dottor Tibaldi venne col cofano dal canonico, lo depose sull’ampio seno di lui; e susurrate che ebbe due paroline all’orecchio del sant’uomo, scappò via lui pure quale uno che non ne può più.