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Pagina:Albertazzi - Il diavolo nell'ampolla, 1918.djvu/43


La cassaforte di don Fiorenzo 35


dell’esistere, alle animali, alle umane; e tutte uguali nell’amplesso di Dio. Mai, mai aveva pensato alle forze fecondatrici e vivificatrici e pensato anche, così, all’unico palpito universale, al totale amore profondo e sublime.

E questo piacere che aveva adesso dalla mente e dal cuore, questa coscienza di penetrazione, la quale pareggiava lui, povero prete ignorante, allo scienziato e al sapiente, a poco a poco lo turbava, l’affannava come un astemio che teme di inebriarsi e si inebria quasi senza volere.

Nè resistè. Provò il bisogno di espandere liberamente quell’intima gioia; ebbe voglia di cantare. Ma seguendo a voce sommessa la patetica cadenza dell’inno a Santa Lucia, s’intenerì; dovè smettere, recitare, con la solita fretta, una preghiera. E lo riprese il senso gioioso di prima: anzi più alacre, più copioso, più possente. Gli pareva di sentire il fluido che nutriva le midolle arboree, che a primavera dilatava le scorze e rompeva in gemme; di sentire la virtù che faceva fiorire i bocci, l’irrequietudine vitale che agitava in istrida e voli i passeri, la tranquillità vitale che faceva chiocciar le galline vicine a lui; e sentì da lontano, impetuoso, precipitoso, avanzare il trotto di un cavallo. Avanzava, avanzava. Divenne,