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Pagina:Albertazzi - Il diavolo nell'ampolla, 1918.djvu/26

18 il diavolo nell'ampolla


sfazioni impensate, di una felicità ignorata. Per lui i beni grandi e invidiabili restavan quelli per cui aveva ceduto alla colpa e sopportata la pena; erano i campi verdi e solatii; erano le case ove i sacchi di frumento, di frumentone e sementi si addossavano lungo la loggia ed ove fermentava l’uva nei tini enormi; erano le stalle ove non una delle dodici poste si lasciava mai vuota.

Ah, il sogno della sua giovinezza! Accumular denaro che bastasse all’acquisto di un pezzo di terra, e di là estendere possedimento e fortuna, e conquistar la ricchezza che non muta per mutar di tempi e di progressi e di macchine; ed essere felice!

Invece, ecco: ricettando e rivendendo le cose rubate, aveva perduto tutto; resistendo alla forza, aveva aggravato il delitto; tacendo ostinatamente, sempre, il nome dei complici e salvando il maggior colpevole, aveva aggravata la condanna su di sè. Diciotto anni! E intanto Sandro Molenda, Sandro il ladro, il maggior colpevole che egli aveva salvato col silenzio, si era fatto ricco lui. Possedeva fondi e bestiame!

E tutti lo rispettavano. E scorgendo al mercato chi l’aveva salvato dalla galera, non dava segno di riconoscerlo. Temeva. Ma verrebbe