Pagina:Albertazzi - Il diavolo nell'ampolla, 1918.djvu/146

138 il diavolo nell'ampolla


con mente già inerte guardava, sollevando le prime delle carte sparse che lo riempivano e....

Quasi a ricevere un urto nel petto, quasi per difendersi istintivamente da un assalto impensato, respinse il cassetto dello scrittoio, si levò in piedi con tutto il sangue al capo, al volto, in un’apprensione ontosa, con un’impressione indefinibile di colpa e di repugnanza, con un impeto d’ira e di rabbia contro sè stesso, che già si lasciava afferrare da un dubbio insano; e non gli bastavan le forze a divincolarsi, a sfuggirne la mostruosa, diabolica presa.

Una lettera..., in una busta fina..., tra quelle carte, tra quei documenti..., interpostavi come per caso o dimenticanza.

Ricadde a sedere; riaperse; la tolse; ne guardò attento la soprascritta, vinto. E: sì; la lettera, il carattere (.... anche il profumo) era di Rina. Di Rina? Ebbene, fosse pur stata! Che cosa di male se sua moglie aveva avuto bisogno di scrivere, una volta, a Demetrio?

Ecco: egli era tranquillo, padrone di sè. Ragionava. Poteva ragionare freddamente. — Nessun male? Bisogno di scrivere a Demetrio? Perchè? No no! Quella lettera non era di Rina, ecco tutto! Pazzo! pazzo a lasciarsi allucinare da una somiglianza di scrittura. Dunque, via!; rimettere la lettera dove era prima,