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Pagina:Albertazzi - Il diavolo nell'ampolla, 1918.djvu/136

128 il diavolo nell'ampolla


VI.

A scorgere Celso così mutato, pallido, con gli occhi or vaghi ed or fissi come in contemplazione, il conte dubitò che, per l’assiduo ammonimento di mirare in alto, il giovine fosse colto da un accesso di misticismo e si fosse destata in lui la vocazione di farsi frate. Per fortuna, una mattina mentre prendeva il caffè e latte, se lo vide davanti ancora diverso; in posizione di “attenti!„, con l’aspetto dei grandi propositi; con la energica decisione dell’eroe o di chi ha perduto la testa.

— Signor conte — disse calmo — ; vado allievo sergente, in cavalleria.

Soldato! Un colpo di mazza sul cranio! Ma non una di quelle mazzate che stordiscono; no: di quelle che spalancano tutte le finestre cerebrali a una luce repentina, inattesa, illimitata. Al filosofo s’illuminarono il passato, il presente, l’avvenire: il passato suo proprio, l’avvenire di Celso, il presente di tutti e due.

Oh portento! Soldato! Soldato d’Italia! Ecco l’inclinazione latente, rivelata a un tratto! Di chi? di Celso? solo di Celso Dondelli? No, no: anche di lui, del conte Mauro Agabiti! La