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Pagina:Albertazzi - Il diavolo nell'ampolla, 1918.djvu/128

120 il diavolo nell'ampolla


Ma tanta felicità non poteva durare. Il conte si alzava di notte e faceva alzare il discepolo, per innamorarlo sempre più delle contemplazioni celesti.

— Se seguitiamo così, mi rovino la salute — pensò Celso, E una notte gemè:

— Non vado più avanti: ho paura.

— Di che cosa? Parla!

— Ma...., ho paura.

— Sfórzati a esprimere il tuo pensiero, il tuo sentimento — insisteva il filosofo aspettandosi una rivelazione.

— In questo andar di qua e di là per il cielo, ho paura.... d’incontrarmi col Padre Eterno!

Non si poteva significar meglio il terrore dell’infinito.

— Hai ragione — disse il filosofo. L’infinito spaventa; e l’astronomia non è per te.

— E neanche la matematica — esclamò il discepolo. — E neanche l’avvocatura — aggiunse collegando la giurisprudenza alle altre discipline nella speranza di finire, una buona volta, tutte le prove.

Ma dello scibile ne restava parecchio.

Restava, per esempio, la veterinaria.