Apri il menu principale

Pagina:Albertazzi - Il diavolo nell'ampolla, 1918.djvu/12

4 il diavolo nell'ampolla


— Non ci sarebbero tante famiglie addolorate — sospirò la donna.

Riprese il mulattiere:

— La guerra non si può fare senza ammazzar il prossimo, e non c’è da meravigliarsi che molti abbiano da patire. Non c’è da meravigliarsi che uno si salvi e uno ci resti. Secondo il destino! Un giorno io conducevo la mula su per un monte battuto dalla mitraglia. Tenevo la briglia a man mancina, dalla parte bassa del sentiero. Un colpo, e la mula stramazzò con la testa fracassata. Se ero a mano diritta, il colpo toccava a me. Bene; chi mi avesse detto quel giorno: — Tu l’hai scampata; tua moglie non la scamperà — , gli avrei dato del matto.

Sempre col tono d’uno che narra una storia non sua, il soldato continuò:

— Matto invece sono stato io, dall’altra sera fino a oggi, fino all’ora che ho discorso con mio cognato. L’altra sera io e il mio compagno, Biagini, un toscano, avevamo già caricate le bestie (si andava al reparto, al lume di luna), quando mi consegnarono una lettera. Accendo un zolfanello. Vedo che non è la scrittura di mia moglie; è della mamma. — Uhm! — dico. — Scrivermi la mamma?: m’insospettisce. — Non ci pensare — fa Biagini. — Siamo al Natale e