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Pagina:Albertazzi - Il diavolo nell'ampolla, 1918.djvu/116

108 il diavolo nell'ampolla


Una delle ultime fucine del Fossato era quella del fabbro Dondelli, detto Dondèla; e un giorno che questi lavorava altrove, il conte, quasi davanti al portone di lui, si chinò; con impeto allungò la mano.... Ahi! che dolore! Scottato, Le dita lasciarono subito la presa. Scottava, bruciava! Ma stringendo fra i denti il pollice e l’indice, in cui il chiodo aveva lasciato l’impronta della strinatura, il filosofo restò immobile ad aspettare. Il chiodo si raffredderebbe: no?

Intanto risate di ragazzi, trattenute a fatica, giungevano da ogni bottega, come gemiti.

— Ridono? — pensò il pensatore — . Dunque è una burla!

E quasi il bruciore, che non scemava, gli affrettasse il raziocinio, seguitò: — Una burla senza intenzione di ferire in me avarizia o gretteria; tutti mi conoscono. È una burla ingenua, che attesta però una intelligenza non comune. Bravi!

A questo punto nella bottega del falegname di contro il ridere si mutò in pianto schietto, e sotto la grandine degli scapaccioni paterni un garzoncello gridava: — Non sono stato io! È stato lui, là, che l’ha riscaldato! Celso!

— Birichini! canaglie! — urlava il genitore per farsi ben udire dal signor conte.

“Lui, là?„ “Celso?„