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e non tentare la folle avventura. Essi vedevano le loro proprietà arse e desolate, le loro case in rovina, i loro interessi in fallita e gli schiavi liberi. Da ogni città del Sud si levavano voci a condannare gli iniziatori della rivolta. Durante la lunga guerra, e specialmente nell’ultimo tempo, si era fatto lentamente strada il pensiero che la causa giusta era quella che era sostenuta nel Nord e da Lincoln.

Alla causa della Unione avea molto giovato la condotta di Lincoln. La sua moderazione nel trattare i prigionieri di guerra gli aveva guadagnato l’animo di molti secessionisti. Una forte corrente di opinione nel Nord voleva che i prigionieri fossero, come ribelli, passati per le armi. Lincoln si rifiutò sempre ed a guerra finita i prigionieri furono rimandati alle loro case. I continui appelli di lui alla pacificazione, il suo grande patriottismo avevano finito per schiudere gli occhi al più grande numero di secessionisti, i quali, deponendo le armi, sapevano che il più grande cittadino degli Stati Uniti era lui.

Era dunque ben suonata l’ora della pace e del raccoglimento.


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Lincoln, tornato a Washington, preparava il decreto che dichiarava con la fine della guerra concessa l’amnistia anche ai promotori della tragica impresa.

Ma se un grande numero, se, anzi, la generalità dei Sudisti accettava come un beneficio la pace, se il Sud tornava di nuovo, e con solen-