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de la comunitá d’amore, dialogo secondo.


[Sofia.] Iddio ti salvi, o Filone. Tu passi cosí senza parlare?

Filone. Mi saluta la nimica de la mia salute. Pur Iddio ti salvi, o Sofia. Che vuoi tu da me?

Sofia. Vorrei che tu ti ricordasse del debito nel qual tu mi sei. Mi parrebbe ora tempo opportuno di pagarlo, se ti piacessi.

Filone. Io a te in debito? di che? Non giá di benefizio, né di benevolenzia; ché tu solamente di pena verso di me sei stata liberale.

Sofia. Ti concedo che non è debito di gratitudine, ma debito di promissione; il quale, se bene non è cosí gentile, è non di meno piú obligatorio.

Filone. Io non mi ricordo averti promesso altra cosa se non d’amarti e di patire li tuoi sdegni, fin a tanto che Caronte mi passi il fiume de l’oblivione; e oltra di ciò se da la parte di lá l’anima si truova con qualche sentimento, non sará mai spogliata d’affezione e martire. Di questa promessa non bisogna ch’io mi ricordi altrimenti; però che sempre si va pagando alla giornata.

Sofia. Tu sei smemorato, Filone, o fingi d’essere; non però si debbe men ricordare del debito il debitore che ’l creditore. Non ti ricordi ch’alli giorni passati, nel fine di quel nostro parlamento d’amore e desiderio, mi promettesti dirmi de l’origine e geneologia de l’amore, a compimento? Come cosí presto te ’l sei scordato?