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nota 419

tadinanza, venisse concesso al medico giudeo Aron di esercitare la professione, in cui da due anni mostrava tanta dottrina e sapienza con beneficio di tutti i genovesi, e che ora una generale proibizione ecclesiastica veniva a impedire. Un altro giudeo, «fisico di buoni costumi e medico lodato», presentava con vive raccomandazioni Agostino Adorno al Marchese di Mantova, con una lettera in data 2 ottobre 14951. Né l’ambiente culturale era cosí modesto e oscuro come si potrebbe credere: Genova aveva partecipato agli interessi filosofici dell’Umanesimo con Battista e Antonio Fregoso, con Pietro e Bartolomeo Gentile Fallamonica, il quale proprio in quegli anni stava esponendo nei suoi Canti l’intero sistema lulliano; e nella biblioteca del grande annalista Agostino Giustiniani, vescovo di Nebbio, abbondavano i testi manoscritti dei filosofi greci, arabi, ebrei2.

A Genova, riuscito finalmente a godere di un periodo di profonda quiete, Leone pose mano ai Dialoghi d’Amore: e qui, come vedremo meglio fra poco, dovette stendere almeno le prime due parti dell’opera, che per la minore ampiezza del disegno si distinguono notevolmente dalla terza. Forse qui anche attese a ultimare l’altra sua opera, rimasta inedita e poi perduta, De coeli armonia. Ma nel 1501, dopo sei anni di vita solitaria e raccolta, Leone era chiamato di nuovo nel periglioso mare delle corti. Federico d’Aragona, recuperato da tre anni e ormai rassodato il trono avito, cercava di ricostituirsi intorno anche il vecchio ambiente di devoti alla causa aragonese: e voleva a Napoli gli Abarbanel. Sicché scriveva da Napoli in Castelnuovo, al 10 di maggio 1501, al capitano e alla comunitá di Barletta3.

Magnifici nobilis et egregii viri fideles nostri dilecti:

      havendo noi cari li dilecti nostri don Isach Abrauanel e maestro Leone phisico suo figliolo per le loro virtú et desiderando se transferiscano con la loro famiglia in questa nostra citá de Napoli ad nostri servitii, volemo che da ciascuno li sia havuto lo debito reguardo. Et perciò ve dicimo et ordinamo che in tutte loro occurrentie et expeditione de negotii li debeate prestare orane adiuto iusto et favore necessario et oportuno et
  1. R. Archivio di Stato in Genova, Litterarum, reg. 36 e 37.
  2. Cfr. Caramella, Bartolomeo Gentile Fallamonica (Contributo alla storia del Lullismo nei primordi del Cinquecento), nella miscell. «Dante e la Liguria» (Milano, Treves, 1924), pp. 127-176.
  3. Riprodotto in Pflaum, op. cit., p. 147, dal R. Arch. di Stato in Napoli, Cancelleria aragonese, Collaterale commune, voi. 18, f. 143 v.