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dere il significato del suo pensiero, almeno nei tratti fondamentali; e questa, per non dir altro, è la prima edizione critica dell’opera sua, dopo quattro secoli. Scarsezza di documenti, oscuritá del testo, difficoltá di un’esegesi che richiede non minore conoscenza della cultura israelitica che del pensiero classico e cristiano e umanistico, spiegano fino a un certo punto l’oblio; ma non diminuiscono certamente l’interesse che può presentare un filosofo che fu il precursore del Bruno e dello Spinoza, uno scrittore che dominò col suo influsso la trattatistica sull’amore e l’estetica neoplatonica del Rinascimento, — e non giustificano giudizi frettolosi o superficiali o comunque in senso negativo1.

Giuda (Jehudah) Abarbanel nacque a Lisbona, probabilmente fra il 1460 e il 14652. Suo padre, dom Jsaac Abarbanel, disceso di una delle piú nobili famiglie israelitiche, era giunto all’alto ufficio di tesoriere e ministro del re Alfonso V: e portava il titolo di principe. Uomo di grandi capacitá pratiche, non minori delle doti speculative che fecero in séguito di lui uno dei piú insigni teologi dell’ebraismo, Isacco occupava certamente, intorno al 1480,

    nicum Spinozanum», I (Haag, 1921), pp. 216-224; e Introduzione biografica alla riproduzione anastatica dei Dialoghi d’Amore (1924); G. Saitta, La filosofia di Leone Ebreo, in «Giorn. critico d. filosofia italiana», VI (1925), e per intero nel vol. Filosofia italiana e Umanesimo (Venezia, «La Nuova Italia», 1928, pp. 85-157); H. Pflaum, Die Idee der Liebe — Leone Ebreo (Tübingen, Mohr, 1926), con appendici di documenti e testimonianze, e Der Renaissance-Philosoph Leone Ebreo in «Soncino-Blätter, Beitrage zur Kunde des jüdischen Buches», I (Berlin, 1925-1926), pp. 213-221 (la monografia del Pflaum è stata rec. da B. Wiese in «Zeitschrift f. rom. Philol.», XLVIII, 1928, 1-2 hft, e da G. de Ruggiero, in «Critica», XXV, 1927, pp. 395-6). Altre citazioni si troveranno nel seguito di questa Nota, ma la bibliografia fondamentale si riduce agli scritti del Menendez y Pelayo, dello Zimmels, del Graetz, del Solmi, del Croce e del Gentile, dell’Appel, del Savino, del Ferorelli, del Carvalho, del Gebhardt, del Saitta e del Pflaum. Si veda anche la Jewish Enciclopedy, s. v. Abarbanel.

  1. V. per es. M. Rosi, Saggio sui trattati d’amore (Recanati, 1889), p. 58; Flamini, Il Cinquecento, p. 380; G. Semprini, I Platonici italiani (Milano, «Athena», 192Ó), pp. 102-103.
  2. Nel 1483, data del primo esilio, esercitava giá la medicina, ed era nella prima giovinezza (Elegia I, v. 5); aveva amato particolarmente re Alfonso V, m. 1481, (ib., v. 31). Cfr. Pflaum, op. cit., p. 56, n. 1. Il Graetz, scende addirittura al 1470 (op. cit., VIII, 369): ma questa data non si concilia con le altre. Il Solmi, (op. cit., p. 84, e n.), seguito dal Saitta, (op. cit., p. 85), ritiene che nel v. 83 dell’Elegia citata Leone stesso indichi, nel 1504-’05, di avere quarant’anni: e ciò, credo, per il possibile simbolismo della parola iamim («giorni» e «mari»), ivi ripetuta, in relazione con la lettera mêm, che vale numericamente 40.