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212 iii - de l’origine d’amore

loro padre e figliuolo, quali si desiano fruire sempre in futuro come in presente, e cosí ama la sanitá il sano e le ricchezze il ricco, che non solamente desidera che creschino, ma ancora che le possi fruire nel futuro come di presente. Dunque l’amore, cosí come il desiderio, bisogna che sia de le cose che in qualche modo mancano: onde Platone diffinisce l’amore appetito di cosa buona per possederla e sempre, però che nel sempre s’include il mancamento continuo.

Sofia. A ben che con l’amore si giunti qualche mancamento continuo; pure presuppone l’essere de la cosa, perché l’amor è sempre de le cose che sono, ma il desiderio è veramente de le cose che mancano, e molte volte di quelle che non sono.

Filone. In quel che dici, che amore è de le cose che sono, dici ben il vero, perché quel che non è non si può conoscere, e quel che non si può conoscere non si può amare; ma quel che dici, ch’il desiderio è qualche volta de le cose che non sono, perchè siano, non ha in sé assoluta veritá, però che quel che in nissuno modo ha essere non si può conoscere, e quel che non si può conoscere manco si può desiderare. Dunque ciò che si desidera bisogna che abbia essere ne la mente; e se è ne la mente, bisogna che sia ancor di fuori realmente, se non in atto, in potenzia, almanco ne le sue cause: altramente la cognizione sarebbe mendace; si che nel tutto l’amore non è altro che desiderio.

Sofia. Ben m’hai dichiarato che ogni amore sia desiderio, e sempre di cose che, se ben hanno alcuno modo d’essere, mancano pur di presente, o ver di futuro. Ma mi resta un dubio, che, avvenga che ogni amore sia desiderio, non però direi ch’ogni desio fusse amore: ché l’amor non par che si stenda se non in persona vivente ovvero in cose che causino qualche spezie di perfezione (come son sanitá, virtú, richezze, sapienzia, onore e gloria); ché tal cose si sogliono amare e desiderare, ma son molte altre cose, accidenti e azioni, che, mancando, mai diremo amarle, ma desiarle.

Filone. Non t’inganni l’uso de’ vocabuli del vulgo, ché