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piegando il collo verso le signore che l’avevano aiutata a vestirsi, disse altera come una regina:

«Ora possiamo andare.

«Ma lo sposo?» — chiese una di quelle dame.

«O che modo è questo di farsi aspettare?» — sclamò Bianca, battendo dalla stizza l’ammattonato col piede, che fu visto in quell’atto, chiuso in un scarperotto di raso bianco, stretto fin sopra la noce, da un intreccio di cordelline di seta, le quali si scernevano sulla calza, traforata e di sottilissima fattura. E così dicendo cavò dalla cintura un oriolo tempestato di gemme, che mandavano dalle mille faccette certi raggi, i quali somigliavano ai lampi onde brillavano gli occhi di lei, per la collera cui s’era levata.

Le donne s’ingegnarono di quetarla; ed una di esse, a consumare quell’altr’ora che rimaneva, prese a narrare, interrotta presto dall’altre, i matrimoni illustri, che ai loro giorni avevano veduti celebrarsi nel borgo. Bianca, messasi a sedere, ascoltava; e proseguiva a vagheggiarsi nella spera, facendo paragone di sè colle spose, delle quali sentiva dire.

Frattanto il signor Fedele aveva finito di far apparecchiare la mensa, in quella sala istessa, dove alcuni mesi prima, la signora Maddalena s’era intrattenuta con lui. I convitati dovevano essere molti, epperò lo studio per far posto a tutti, era stato assai lungo. Il vasellame di stagno forbitissimo, le bocce, le guastade, facevano un bel vedere sulla tavola foggiata a ferro di cavallo, e coverta di tovaglie tessute ad opera, candide che avrebbero rimessa la voglia in un ammalato agli sgoccioli. Le dipinture della Samaritana al pozzo, e della scala di Giacobbe, con tutte le altre anticaglie, erano state tolte; e la sala parata a nuovo non pareva più quella d’una volta, neanco per l’ampiezza, tanti erano gli arredi, e tale il bell’ordine con cui ve gli avevano assettati. Arazzerie e festoni d’edera, appiccati ai travicelli del soppalco ed alle pareti, formavano sopra la