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verso l’Alemanno; e quasi per ricattarsi dell’offesa, si compiacque amaramente nel desiderio, che il barone fosse vicino, per farsi udire dalla cieca a parlare con esso.

In questo mezzo, il padre Anacleto, s’era mosso anch’egli dalla cappelletta, e per diverso sentiero da quel che aveva visto pigliar da Bianca, veniva alla palazzina. Quando all’uscire del bosco fu sopra un poggiuolo scoperto, dal quale si poteva godere la bella vista del pian di C...., che a quell’ora di mezza mattinata pareva una conca; si fermò un istante, e gli cadde lo sguardo sopra un uomo, che giaceva nel vigneto del signor Fedele, a piè d’un filare d’avellani. Il sito era in parte, donde non si poteva vedere chi venisse dal convento per la via fatta da Bianca; ma il padre Anacleto, che teneva altro sentiero, fu visto da quell’uomo, il quale subito si levò in piedi, e mosse ad incontrar lui, che facendosi solecchio colla mano procedeva guardandolo.

Quell’uomo era il barone, stato quasi due ore a giacere sull’erba, oprando poco da savio, uscito come era di malattia. Se n’avvide ai primi passi che volle fare, perchè le gambe non lo volevano reggere, e gli pareva che il cervello andasse per aria. Allora s’appoggiò ad un albero e attese il frate, che disviando un tantino, veniva diritto verso di lui.

«Figliuolo, — disse questi arrivando e facendo vedere l’incannuciata; — ecco tutto quello che ci rimane di quel che sapeva fare San Francesco: egli risanava gli infermi con un soffio, io ho potuto appena formare quest’arnese che l’aiuti a reggere il braccio un po’ più agiato che codesta fascia....» E presogli il braccio, glie lo acconciava, su quello strumento con molto amore.

«A me importa nulla guarire!» — disse il barone con voce profonda.

Allora il padre Anacleto guardandolo in viso, sfatto come fosse tutt’altro che in via d’uscir guarito, diede un passo addietro e proruppe: «O che la fa bestem-