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seria di quattro arboscelli: chè anzi San Francesco non chiedeva uno ch’egli non desse dieci e cento; e delle querce ne fece nascere tante che il Santo non aveva finito di torgli il cordone dal collo, e il bosco era, come fosse sorto da secoli, bello, diffuso e forte. Così il popolo di quelle parti dava ragione a sè stesso, del come quella selva fosse sorta in mezzo al tufo brullo della collina.

Il convento poi, parlando sul serio, crebbe e durò più che cinque secoli e mezzo; e forse durerebbe tuttavia se il generale Victor, nel 1799 non v’avesse appiccato il fuoco; e Napoleone nel 1805 non ne avesse cacciata la frateria, che rifatta ogni cosa v’era tornata a star bene. I terrieri dissero che fu gran peccato, perchè i frati erano buoni, l’edificio bello, e la chiesa anche più. Questa era di tre navate, partite in molte cappelle, tenute in patronato dai maggiorenti del borgo di C..., larghi donatori ai frati e alla chiesa. Ognuna delle cappelle aveva nel pavimento un coperchio di tomba; e la prima in capo alla navata sinistra, diversa dalle altre per lo stile e per gli ornamenti, apparteneva ai Marchesi della terra, come è mostrato dal coperchio della sepoltura, il quale reca un arme coll’impresa di un carro e d’un’aquila imperiale a graffito. In quella tomba avvenne cosa, che se non ha che fare colla mia storia, nè coi tempi di essa; ne ebbe molto coi teschi, raccolti là dentro: poveri teschi, che pur avendo portato elmo e corona, somigliano a tutti i teschi umani; calvi, smascellati, hanno viso di ridere d’aver vissuto questa vita.

Faranno vent’anni, e un giovedì di quaresima, tre scolaretti maninconiosi, erano andati a quel convento ruinato, col proposito di rubarvi un teschio: avendo udito alle prediche di quei giorni, che niuno ornamento migliore, e nulla di meglio contro il peccato potesse avere in camera un giovinetto. I tre adolescenti si fermarono sopra la lapide blasonata; trovarono a ridire sul cattivo latino dell’inscrizione; poi fecero alle pagliuzze cui cot-