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giuseppe battista 411

IV

LA MORTE DEL MARITO

     Stilla per gli occhi in lagrime stemprato
su lo spento consorte Irene il core;
a tragedia sí mesta anch’io turbato
verso dalle pupille un mar d’umore.
     Ella sente gran pena, io gran dolore,
troppo ella amando, io non essendo amato;
la falce ella di Morte, ed io d’Amore
maledico lo strale avvelenato.
     Io cerco a lei, ed ella al cielo aita;
ella l’estinto suo brama risorto,
io ch’in lei la pietá rinasca in vita.
     Ella a ragion si lagna, io non a torto;
celebriamo cosí, coppia smarrita,
io l’esequie d’un vivo, ella d’un morto.

V

AL FIUME SEBETO

     Liquido specchio della vaga Irene,
Sebeto mio, ne’ cui tranquilli umori
il suo volto vagheggia, e i biondi errori
dell’aurea chioma ad emendar sen viene;
     ti facciano cosí le sponde amene
pallidi mirti ed immortali allori,
e fregino le gemme, ornino gli ori
le tue superbe e gloriose arene;
     quando ella rieda in sugli albori eoi,
turba dell’acque tu la mole ondosa,
né la mostrino bella i gorghi tuoi.
     Forse, di sua beltá non piú fastosa,
quanto parrá deforme agli occhi suoi,
tanto alle voglie mie sará pietosa.