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concetto dei vv. 9-11 è che m. Angioliero s’intende di medicina, per proprio giovamento, meglio di Ippocrate e Galeno. — «Il Donato» (v. 11): la grammatica. — Sulla credenza che lo struzzo digerisca il ferro (cfr. anche son. lxxxvii, x), si veda Tesoro, volgarizz. e ed. cit., II, 201.

CIV, 6: allusione alle saline di Grosseto, allora famose. — Messer Angioliero è «’ncoiato», ossia incartapecorito, per la sua decrepitezza: morto, sará detto «scoiato» (cvm, 7 e cfr. cl, 1, 2). Ancora m. Angioliero è il «ladro di Salvagno», ossia Selvain o Servain, ladro famoso, menzionato da piú d’un romanzo francese (Rajna, in Zeitschr.f. rama/:.

Philol., II, 251 sgg.). Il «Bagno» : quel di Pozzuoli, famosissimo (cfr.

son. cxxxix, 13-4).

CV, 3: frate Pagliaio de’ Pagliaresi da Siena fu, pare, un domenicano di grande facondia. Pel v. 7, si ricordi che ai «frati gaudenti» era fatto obbligo di usare «pellibus tantum agninis», e non di vaio, come gli altri cavalieri. Cfr. Federici, Ist. de’ Cav. Gaudenti, I, 95; II, Cod. diplom.,20.

CVI. — Giovanni Botadeo o, corrottamente, Buttadeo, era, nella nota leggenda medievale diffusa sin dal Dug. anche in Italia (cfr. Renier, Svaghi critici , pp. 492-7), il nome dell’«ebreo errante». Dei due elementi, che formarono in processo di tempo il tipo tradizionale di questa figura, la sua straordinaria longevitá e la sua instabilitá perpetua, il primo prevalse nelle piú antiche narrazioni: pertanto vede C. nel Botadeo l’uomo condannato a vivere eternamente per la maledizione divina, e come tale lo compara a suo padre, anch’egli maledetto (son. cvn, 9) ed immune dalla morte.

CVIII. — «Quelli de lo ’nferno» (v. 1): i diavoli (cfr. son. xliii, io, e Purg., V, 104). Nel v. 9 è nominato l’infedele amico, di cui una novella boccaccesca (IX, 4) narra il brutto tiro giocato al p. (cfr. D’Ancona, op.

cit., p. 196). Cecco di Fortarrigo Piccolomini, gran bevitore e giocatore, fu condannato nel 1293 per l’uccisione d’un Balduccio Ugolini (Arch. di Stato di Siena, Libro d. condanne, c. 839 v)\ ma la sentenza fu revocata o non eseguita, poiché nel 1297 lo troviamo abitare in Vallepiatta di sopra (Lisini, Noi. gen. d. pam. Piccolomini, in Misceli, stor. seti., V, tav. 11).

Di Fortarrigo di Ranieri (v. n)è fatta menzione tra il 1239 e il ’53 (ivi, pp. 6-7): nell’ ’8i vien ricordato come frate mantellato (D’Ancona, p. 253, n. 29), ed era ancor vivo, quantunque «mezzo secco», al tempo della morte di m. Angioliero. II p., nell’informare l’amico dello stato, in cui si trova il padre, lo esorta a non attristarsi, nella speranza della prossima liberazione: l’allegrezza, dice, lo fará vivere piú a lungo di Enoch ed Elia (sulla leggenda de’ quali cfr. Graf, op. cit., I, pp. 64-5). Per la spiegazione delle terzine cfr. Sanesi, in Bull. d. Soc. dant., N. S., XIV, 42. — La Badia (v. io) è, molto probabilmente, quella di S. Vigilio presso le case dei Piccolomini: di Tolomeo di Rustichino di Ranieri, cugino in primo grado di Cecco di Fortarrigo, si sa che abitava nel ’58 appunto all’Abbadia nuova di sotto (Lisini, tav. 11, ad nom.).