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PREDICA XLIV

Delle escomunicazioni. Considerando che quasi ognuno teme, fugge e ha in orrore l’escomunicazioni come pestifere e infernali, e visto dall’altra parte che tutte sono o salutifere e divine, (però da desiderarsi) o vane (però da non temersi),m’è parso espediente, per benefizio e pace degli eletti, scriverne. Sono di due sorti d’escomunicazioni: le prime da Dio, e seconde dagli uomini. Dio eseomunica, quando ci priva della sua grazia, del suo regno, delli tesori di Cristo, e come inimici ci lassa in potere del demonio; ché, si com’el buon padre priva il figlio, quando è un ribaldo, dell’ereditá della sua grazia, non l’ha piú per figlio, lo scaccia di casa e, come un tristo, lo mette in mano della giustizia a essere punito; cosí Dio, suttraendoli il suo Spirito, lo priva della sua grazia e della celeste ereditá, non l’ha piú per figlio, imo, come rebelle, lo dá in potere del demonio a essere cruciato a tempo, se è degli eletti, o per sempre, se è de’ reprobati. E si come quel padre non priva il figlio, né lo scaccia, se non per qualche sua ribaldarla, cosi Dio non eseomunica mai alcuno se non per il peccato. E si come quel figlio, innanti che dal padre sia cacciato, non doverebbe temere, fuggire, guardarsi se non dal non far cosa per la quale meritasse che suo padre lo punisse; e cosí anco, dipoi che è in carcere, non doverebbe dolersi se non del male che ha fatto, per il quale merita quella punizione: cosí le persone, che sono in grazia di Dio, non doverebbeno temere, né guardarsi dal peccato, per il quale Dio scomunica; e cosí anco, dipoi che sono scomunicati, non doverebbeno dolersi se non dell’errore che hanno fatto, per il quale giustamente sono cosí puniti. E la ragione è questa: perché nel mondo non c’è se non una cosa, che in veritá sia trista, cioè il peccato, il quale solo è nostro e volontario, però lui solo doverebbe da noi odiarsi, fuggirsi e aversi in orrore, e cosí di lui solo doveremmo dolerci.