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facesseno bene; ma non è cosi. V’entrano per fuggire i fastidi del mondo, per vivere piú quieti nella loro pace, per forza, per necessitá; e cosí molte volte si stanno desperati. Sará una fanciulla; vede che non v’è la dota; è la volontá del padre e della madre; si vergogna a dire: «Io voglio marito»: la menano spesso al monasterio, e ivi la lassano, dove gli sono fatte carezze assai. Credono ch’el farsi monaca sia un andare a nozze; non hanno anco esperimentati li moti del senso; sono senza perfetto giudizio e senza esperienza; e cosí si trovano legate. Altri v’entrano ingannati, pensando, falsamente e impiamente, che la clausura sia in sé una cosa santissima e che piacci a Dio sopremamente, che per essa si satisfacci ai peccati e s’acquisti il paradiso. Non vedono come è contraria alla caritá, e che non la clausura, ma Cristo è quello per il quale siamo salvi. Non sanno che quelli sono piú santi, che hanno piú fede, non quelli che piú tempo sono stati in clausura. È adunque impiissima stultizia, contraria alla caritá, serrarsi cosí per sempre, come se mai avesseno ad avere bisogno di quelli che sono fuori del monasterio, e fusseno anche certi che essi non potranno mai giovare ad altri se non con l’orazioni. Rendiamo adunque grazia a Dio, che ci ha fatto vedere le gran miserie di quelli, che in clausura (dove ogni brusca gli pare una trave) stanno sepolti e oppressi da tali e tante stolte, farisaiche, impie e diaboliche superstizioni; e preghiamlo che dia lume del vero alli suoi eletti, acciocché non si leghino con simili voti, e i legati conoschino che, essendo impii, non possono essere validi, e cosi, come figlioli di Dio, servino in libertá di spirito al loro celeste Padre. Al quale sia sempre ogni onore e gloria, per Giesú Cristo Signor nostro. Amen.