Pagina:AA. VV. – Opuscoli e lettere di riformatori italiani del Cinquecento, Vol. I, 1913 – BEIC 1888692.djvu/204


PREDICA XXXIV

Del voto dell’obbedienzia. Per essere la divina volontá suprema e prima regola, però impeccabile, noi altri siamo obbligati in tutto a conformarci ad essa, come che a madre, maestra, regina, imperatrice, norma e regola delle nostre volontá, le quali in tanto sono rette e felici, in quanto che sono conforme a essa, e si compiacciono nel divino beneplacito. E in questo particolarmente doveremmo pigliare esemplo da Cristo, il quale, benché fusse figliolo di Dio, nientedimeno non venne al mondo per fare la volontá sua, si come lui proprio disse, ma quella del Padre, e acciocché solo Dio regnasse al mondo in modo tale, che ognuno senza repugnanzia alcuna gli obbedisse. Siamo obbligati adunque ad obbedire alle divine inspirazioni e a conformarci alla divina volontá, la quale c’è demostrata ne’ divini precetti: però siamo obbligati ad osservarli. E perché, essendo la legge di Dio sommamente perfetta, è forza dire che nelli divini precetti s’include ogni perfezione possibile, però l’obbedienzia evangelica come quella, che è sommamente perfetta, libera, spontanea e allegra, obbedisce a tutti in ogni cosa onesta e giusta; dove l’umana, che è de’ novizi e imperfetti, serve mal volentieri, obbedisce solo alli suoi prelati in certe frivole constituzioni della regola. È forza adunque dire che l’evangelica, come sommamente perfetta, evacua tutte l’altre umane: donde ne séguita che far voto d’obbedienzia è vano o impio. Imperocché o intendi obbedire, quando ti sará comandato quelle cose che si contengono nelli divini precetti; il che è cosa vana, per essere a questo obbligato, senz’altro voto, per legge divina e naturale: o d’obbedire in cose contrarie alla salute, alla divina legge e all’onore di Dio; e questa è impietá far voto d’obbedire