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PREDICA XXVI

Se li precetti umani ecclesiastici obbligano a peccato mortale. L’infinita bontá di Dio e la sua legge sommamente perfetta ci obbliga tutti a onorare Dio supremamente e in ogni modo a noi possibile: però «alla perfezione della divina legge non si può aggiognere. È forza adunque dire che tutti li precetti degli uomini in tanto sieno buoni, in quanto che in sé includano la legge di Dio; ed, essa remessa, restando meri umani, senza avere scintilla del divino, non possano essere se non di cose vane e inutili alla salute o di cose impie e superstiziose: però non obbligano a peccato. Imperocché, se sono di cose impie, o vero quelli, che comandano, vogliono che crediamo che per l’osservanzia d’essi ci giustifichiamo o meritiamo, non solo non debbano osservarsi, imo si debbano impugnare, come quelli che offuscano il gran benefizio di Cristo. Ma, se sono di cose vane e inutili alla salute, non siamo tenuti a osservargli, se non quanto ci obbligasse la caritá, per non dare scandalo al prossimo. Intanto adunque obbligano, in quanto includono in sé della legge di Dio: però obbligano, non come umani, ma come divini. La caritá include tutta la legge di Dio, e la legge di Dio include ogni perfezione, però i precetti degli uomini, che sono di cose fuore di caritá e della legge di Dio, non possono essere se non di cose vanissime o impissime, benché falsamente gli uomini si sieno immaginati di potere con le loro regole e precetti aggiognere alla perfezione della divina legge, come s’ella fusse imperfetta, e potesse non solo da noi osservarsi, ma farsi molto piú. Gli uomini hanno che fare sempre, mentre che vivono, in sforzarsi d’osservare la legge di Dio, la quale è si perfetta, che nissuno di noi è che l’osservi, nella presente vita, per un batter d’occhio perfettissimamente. E, quando, per singolarissima grazia, ci fusse concesso di pervenire alla perfettissima e suprema osservanzia della divina legge, allora,