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PREDICA XXV

Se i precetti umani delti signori temporali obbligano a peccato. Se un signore temporale comanda e vuole che nel suo Stato non si robbi, non s’ammazzi e non si biastemi, quelli, che contra fanno, peccano, non perché hanno fatto contro al precetto umano, ma contro al divino, promulgato dal loro signore temporale. Se anco per benefizio loro e conservazione dello Stato sono imposte o impone giuste gravezze, sono obbligati a obbedire, e, non lo facendo, peccano, non perché non obbediscono al precetto umano, ma perché non obbediscono al divino, imperocché, essendo per legge divina e naturale obbligati ad amare sé e il prossimo, sono anco obbligati a volere quelle cose, che sono in benefizio loro. Che se i principi non avesseno alcuno sussidio dalli loro populi, non arebbeno il modo da potere defendergli e fare giustizia; e cosi, perturbandosi li Stati e repubbliche, ed essendo oppressi quelli che manco potesseno, non si potrebbe vivere quietamente. Però Paulo, avendo imposto alli romani che obbedisseno ai loro superiori, non solo per non essere da essi puniti, imo e per non offendere Dio e la conscienzia, e temendo che essi non si dolesseno d’essere da lui legati con precetti umani, disse: «Fate di non essere debitori a nissuno di cosa alcuna, se non che vi amiate insieme». Cioè, osservate il divino precetto d’amare il prossimo, e mi basta; imperocché, in tal caso, renderete alli superiori onore e tributi, e tutto quello che giustamente se gli conviene, secondo la caritá; e io altro non voglio, né desidero. Ma, se le loro gravezze fusseno ingiuste, questo può essere in dui modi. In prima, quando comandasseno cose in sé impie e contrarie alli divini precetti, esempligrazia che adorassi un idolo, si come Nabucodonosor la statua; o che ammazzassi un innocente, e simili. In tal caso debbi resistere e non obbe dire; ché, si come è scritto, bisogna piú presto obbedire a Dio-