Pagina:AA. VV. – Opuscoli e lettere di riformatori italiani del Cinquecento, Vol. I, 1913 – BEIC 1888692.djvu/178


PREDICA XVI

Delle indulgenzie. Nella primitiva Chiesa fu ordinato, ottimamente, che gli enormi pubblici peccati fusseno puniti pubblicamente, non per satisfare a Dio e alla sua giustizia, alla quale abbondantissimamente ha satisfatto Cristo per noi, ché non potevamo, ma a terrore e acciò non s’avesseno a commettere simili errori; e a questo fine fumo ordinate le pene canonice, le quali potevano diminuirsi, relássarsi, commutarsi, e in parte o in tutto perdonarsi da quelli che avevano tale autoritá. Talché, se uno aveva blasfemato Dio pubblicamente, per il che, esempli grazia, doveva, secondo le pene canonice, un anno con la correggia al collo la festa stare alla porta della chiesa a domandare perdono a chi entrava e usciva, l’episcopo suo e quelli, ai quali era concessa questa autoritá, potevano commutare quella pena, diminuirla in parte o perdonarla in tutto, secondo che vedevano essere espediente. Donde nacque che a poco a poco el cieco vulgo incominciò a pensare che i suoi prelati avesseno autoritá di rimettere la pena, che è debita alli peccati, secondo la giustizia di Dio, imo che potesseno remettere infino le colpe e plenariamente. E i prelati, visto che questo era un ingrandirli e un fargli tenere per dèi in terra, oltre l’utile che n’avevano in vendere queste tali loro indulgenzie, favorirono questa opinione, con offuscare, diminuire e quasi in tutto tórre la vera indulgenzia, che abbiamo per Cristo. Donde sono nate innumerabili superstizioni, simonie, idolatrie, inganni, falsitá, rapine e tradimenti d’anime. Imperocché le persone si sono immaginate d’avere l’indulgenzia e di colpa e pena per sé e per altri, e per vivi e per morti, per andare a Roma il tale anno a quella o quell’altra chiesa, per entrare per una o per un’altra porta, in quella o in quell’altra cappella,