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scienzia, recitazione de’ peccati, vergogna, confessione, dolore, assoluzione, penitenzia, e non per Cristo, gli fusseno perdonati li peccati, come se Cristo ci fusse per niente e morto invano. Per il che si può vedere che la confessione, nel modo che s’usa, quanto piú pare santa, tanto è piú maligna e impia, perché offusca la gloria di Cristo e il suo gran benefizio, conculca la sua grazia, il suo sangue, passione e morte, e un’altra volta el crocifigge e seppellisce, dapoi che non dá la gloria a Dio per Cristo, ma all’uomo. Queste fumo le secrete vie, per le quali la confessione, nel modo s’usa, tirannicamente entrò nella Chiesa, con scacciare le sante e le divine. Or ben sai che i prelati, visto l’utile che si avevano, non solo per i presenti, ma per rendere l’assoluzioni, e che ingrandiva la loro autoritá, e gli faceva adorare per dii in terra, parendogli anco una bella e dolce cosa a sapere tutti li secreti e ribalderie dell’uomini e donne, infino le circostanzie, e che diventavano come padroni delle persone, favorirno e fomentorno questa opinione, se bene offusca il benefizio di Cristo, ed essendo giá in uso, acciò piú non mancasse, al tempo d’Innocenzio papa terzio obbligamo con precetto tutti li fideli a confessarsi al suo sacerdote una volta l’anno tutti li peccati. Né sará chi si meravigli che attentassero d’imporre si grave e impio peso sopra le spalle de’ fideli, e che essi senza reclamare l’accettasseno, quando, per le cose dette, andrá considerando le coperte vie, per le quali a poco a poco furtivamente entrò. E, perché questa confessione era senza fondamento, dubitando ch’ella non andasse per terra, si sono sforzati stabilirla, infin con dire che è consona alla legge naturale, dove in veritá gli è contraria. Imperocché, se la legge naturale non vuole che dica il secreto del prossimo tuo, con sua infamia, a un altro, molto maggiormente non vuole che infami te stesso, con dire il tuo secreto al prossimo. Questo sarebbe conforme alla legge naturale, quando, essendo vizioso, andassi per consiglio e adiuto a uno virtuoso, parlando de’peccati in genere; o dire come d’un altro, dicendo che remedi sarebbero buoni per un avaro, per un superbo o lascivo; se uno avesse il tal vizio, come Riformatori italiani del Cinquecento -1. li