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PREDICA XIV

Della confessione. Non potrá dispiacere ad alcuno buono, se io, minutamente scrivendo della confessione, andrò considerando le sue qualitá, donde è venuta, a che fine è stata trovata e i suoi frutti; perché, se è santa, si come è tenuta, quanto piú sará esaminata, tanto piú apparirá illustre e chiara. E cosí anco, quando fusse impia, gli eletti, che hanno affezione al vero, avranno piacere di conoscerla, per guardarsene. Però in tutti li modi lo scriverne cristianamente non potrá essere senza frutto. Trovo nelle Scritture sacre ch’el peccatore è obbligato a confessarsi a Dio, cioè a ricognoscersi un tristo in conspetto suo; debba (si come è giusto), avendo ingiuriato Dio, aprirli il core e confessare d’aver errato: non che bisogni numerare a Dio i peccati nostri, ché gli cognosce tutti senza dirgli, imperocché siamo manifesti a Dio; ma col core accusarsi un tristo in conspetto di Dio. Ché el volere ricoprirsi in conspetto suo è un celare Dio a noi, non noi a Dio. Però è necessario ch’el peccatore, confessando a Dio d’aver peccato, gli domandi venia, con speranza d’ottenerla per Cristo, si come è scritto nel psalmo: «Io ho detto: Confesserò contro di me al Signore la mia ingiustizia, e tu, Signore, mi perdonarai l’impietá de’ miei peccati e san Giovanni dice: «Se confesseremo i nostri peccati, egli è fidele e giusto per perdonarcegli». Or questa confessione a Dio benché a tutti sia molto necessaria, nientedimeno gli uomini hanno tanto voluto magnificare la loro, che della divina non solo se ne sono sdimenticati, imo molti l’hanno in orrore, e dicono ch’el confessarsi a Dio è offizio d’ebrei; e questo è uno de’frutti della nostra confessione. E molte volte l’uomo, per fede certificato della remessione delli suoi peccati, sente tanta bontá di Dio, che, ardendo impure fiamme d’amore, giubila, gestisce, vorrebbe