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Isabella; del quale errore però è stato in gran parte causa Vostra Signoria, con aver fatto li caratteri piú simili a numeri che a lettere. E, come se sia, non accadrá che Ella me ne faccia altrimenti un rabbuffo, come è solita fare degli altri miei errori, poiché ne ho fatta la penitenzia, avendoli, con tale occasione, scoperto quello che per ora non mi curavo ch’Ella sapesse de l’animo mio. Non giá che intendessi di tenerli celata cosa alcuna che mi fusse passata per la mente in questo proposito, ma perché mi riserbarò a dirglielo a tempo piú comodo ed opportuno, cioè quando a Dio fosse piaciuto che si fussino ritrovati insieme, dubitando io che il dirlo prima non generasse ne l’animo suo qualche suspetto ch’io fussi in ogni modo per mettere in esecuzione tale pensiero, si bene lo dissimulassi nel mio scrivere. Il che di nuovo li prometto che non è per seguire, ritenendomi molti rispetti degni di considerazione, ma sopra tutto l’amore ed osservanzia ch’io porto a donna Giulia, la forza del quale mi si fa sentire molto maggiore in questa deliberazione, ch’io la sentissi giá mai in niun’altra occasione. Dico tanto, che posso dir con veritá, che questo solo basti a contrappesare ogni inclinazione, che ho da quella banda; e non è perché questa sia debile e leggieri, anzi è tanto gagliarda e veemente, che ho talvolta paura del giudizio di Dio a resisterli, massime essendo conscio a me stesso di restare per rispetti piú presto umani che altrimenti. È vero che questo pensiero non è talmente fondato e fisso nel mio animo, che non vacilli qualche volta secondo li accidenti che nascano, come saria verbi gratia questo di donna Isabella, verificandosi quel che Vostra Signoria ne scrisse per la penultima, e mi conferma di nuovo per quest’ultima. Il che però mi par fofte a credere, massime che, avendo pur a mutare luogo, sia per tornare in Italia, essendo molto piú verisimile che se ne torni lá donde si parti ultimamente, per istarsi in compagnia della figliuola. Ma tosto se ne chiariremo. Di Galeazzo Caracciolo Vostra Signoria può tenere per certo che sia burla tutto quello che li è stato detto, e che sia per esser prima ogni impossibil cosa; ché di questo so ch’io non mi inganno. Venezia, 8 gennaio 1559.