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Poi fece presto prendere el Cerbino,
e fu menato inanzi a sua Corona
dolente, lasso, povero e meschino,
piú che mai fussi forse altra persona.
El re Guglielmo, come un bambolino.
d’uria, di pianto el suo palazzo introna,
e lacrimando disse al suo nipote:
— La Mia Corona campar non ti puote.
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Tu sai che sempre tua virtude ho amata,
piú che se stato mi fussi figliuolo.
Or la fortuna, qual sempre parata
sta per guastare ogni diletto, solo
volle per te la mia fede mancata:
e cosi questo fia l’ultimo duolo
al fragile mio corpo, a mia vecchiezza:
dunque tua morte fia d’onor salvezza. —
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Cerbin rispose e disse: — O signor mio,
la morte mi sará sommo diletto.
Non piangere di quel che non piango io;
ché la fortuna per rimedio eletto
ha questa morte, eh’è nel mio disio,
poi che si spense quel leggiadro aspetto:
e non potresti d’altro contentarmi
che mi piacessi, se non morte darmi! —
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Queste parole el cor passorno al re,
la piatosa risposta e l’atto umano,
che lacrimando el suo Cerbin gli fe’.
Ogni baron di questo caso strano
gl’incresce e piange, e chieggono merzé
pel bel Cerbino, il giovane sovrano;
ma el re non può, ché giustizia ’1 molesta;
e condannò el nipote nella testa.