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Oh lasso, ch’io andrò sempre cercando
ogni asprezza crudel, iniqua e acerba;
e ’1 miser corpo, affritto tapinando,
tra pruni, scogli, schegge, bronchi ed erba;
e la mia rotta voce, lamentando
d’Amor le reti, a dolersi si serba:
andrò, trafitto da piú d’uno stecco,
chiamando Eléna; e risponderá Eco.
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Io credo ormai che infino all’ultim’ora,
quando verrá a serrare i miei tristi occhi,
gemerá l’alma come or geme e plora:
ahi miser pensier vano degli sciocchi !
O alma, perché se’ del mondo fora?
Pártiti, corpo mio, prima che tocchi
la morte di coltello e getti sangue:
piacciati l’alma contentar, che langue.
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Ciò son ben certo, che, se non vorrai,
o Morte, contentarmi di tal cosa,
non curerò tua dolorosi guai :
e se non vieni a me volonterosa,
contro mi ti farò, come vedrai,
e la mia vita, che sempre è penosa,
torrò dal corpo, poi che ’l mio destino
qui m’ha condotto, misero Cerbino!
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O misero Cerbin ! miser, se bene
tu pur sapessi come la fortuna
t’ha forte preso e legato ti tiene,
senza aver mai di te pietá nessuna!
Tu chiami Morte, e la Morte ne viene,
senza che tu la ’nviti in guisa alcuna:
el sangue tuo si dee versare in tutto,
e di coltei sarai morto e distrutto. —