Pagina:AA. VV. – Fiore di leggende, Cantari antichi, 1914 – BEIC 1818672.djvu/214


28
Però, deh, parti, e torna in tuo paese
po’che ancora non t’è la vita tolta;
lassa Parme e ’l cavai, cli’a le tue spese
vo’ ch’abbi manicato a questa volta. —
Rispuose allora quel donzel cortese:
— Per cosa molto grande ora m’ascolta,
ch’io, prima che per te i’ torni adrieto,
teco saprò se Parme mia han divieto! —
29
Disse il giocante: — Con questo bastone
io n’ho giá morti piú di cinquecento;
ma, perché tu mi par troppo garzone,
si perdonava al tuo gran falimento.
Ora ti dico ch’i’ho intenzione
di raddoppiarti la pena e’l tormento.
Ora va’, monta a cavai, ché’l ti bisogna,
ch’io non ti voglio a piè, per piú vergogna.
30
Rispuos’allora il valoroso Bruto:
— Non piacci a Dio che io monti in arcione,,
ched e’ sarebbe troppo gran partito
combattere a cavai con un pedone !
Or come cavalier prod’ ed ardito
— disse al giogante — fa’ tua difcnsione! —
E colla ispada fiede arditamente,
ma no’ che sangue gli uscisse niente.
31
Disse il giogante, di niquizia pregno:
— Io te ne pagherò, se Dio mi vaglia! —
col baston del metallo e non di legno,
che Io menava come fil di paglia,
e fedia Bruto con un tal disdegno,
che di molt’arme addosso si gli taglia,
e feciolo per forza inginocchiare,
sicché di morte e’ cominciò a dottare.