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E Bruto, per bontá del buon cavallo,
pur passò oltre per lo ponte ratto,
e giunse a quel fellone quale strale,
dove crollava il ponte al primo tratto,
che su la testa feri senza fallo
e, per vendetta di quel ch’avea fatto,
per forza il prese e nel fiume il gittòe,
onde il guardimi di subito affogòe.
21
E, quando egli ebbe valicato il passo
ed amendue le guardie abattute,
ed e’ si risposò, perch’era lasso
delle percosse, c’have ricevute;
e ’1 meglio che potè, seggendo a basso,
venne curando tutte suo’ ferite.
Po’ valorosamente, come saggio,
montò a cavallo ed usci di suo viaggio.
22
E, cavalcando il franco damigello
per un bel prato tutto pien di fiori,
vide un palazzo fortissimo e bello,
ma no’ parea ch’avesse abitatore,
però che porta, finestra o sportello
no’ si vedea da lato né di fuori.
Nel prato si v’avea mensa d’ariento,
piena di cibi e d’ogni guarnimento.
23
E poi appresso vide sotto un [lino
un gran vaso d’argento pien di biada,
ond’egli ismonta, di coraggio fino,
perché per suo destrier molto gli agrada.
Trassegli il freno e puosegli all’orino,
perché rodesse, poi d’intorno vada.
No’ veggendo persona, fra sé pensa:
— Sia ciò che puote! — e fussi posto a mensa.