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Allor Gibello, tutto pien di gioia,
arditamente rispuose al barone:
— Oggi è quel di, che convien che tu muoia,
over che tu qui sarai mio prigione.
Veracemente che troppo m’è a noia
star qui ad isforzar contra ragione! —
Di mal talento a morte disfidarsi,
presor del campo, ed a fedire andarsi.
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Le lancia i’ mano ed in braccia gli scudi
vans’a fedir come dragon mortali,
misero i ferri ai loro isberghi ignudi
amendue gli baroni imperiali.
Per gli gran colpi dispietati e crudi,
e’ destrier ruppon cinghie e pettorali.
Ma lo garzon di tal voler l’afferra,
che sconciamente rabbatteva in terra.
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Allor Gibello disse: — Cavalieri,
or per prigion vo’ che t’arrenda a me.
Giurami fedeltá, e volentieri,
come volevi ch’io facessi a te! —
E ’l cavalier Nero non fu laniere,
colla sua gente suo servo si fe’.
E tutti quanti fedeltá giurarli.
Egli stette tre di a signoreggiarli.
31
Passati gli tre giorni, cavalcava.
E ’l cavalier Nero, suo servidore,
com’era in prima signor, l’ambasciava.
Cosi Gibello il lasciò reggitore.
Da lui si parte, ed oltre cavalcava
e fu arrivato ad un altro signore,
che si chiamava lo Vermiglio conte,
che guardava una ròcca sotto u’ monte.