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Gibel giunse alla giostra ardito e franco,
colla grossa asta in man, punge ’1 destriere,
in un scontrossi, che ’1 feri nel fianco
per farli a terra votar le groppiere.
Ma ’l buon Gibello non parve giá stanco,
e fiere lui in tostane maniere:
a terra il traboccò isconciamente,
e videi ciaschedun ch’era presente.
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Poi feri un cavalier, ch’avea giá vinto
la maggior parte del torniamento,
e del ben far e’ non s’era giá infinto,
per quel che da ciascun per vero i’ sento;
diègli nel petto, ebbelo in terra pinto
con grande sconcio, di ciò non vi mento.
Pur si rizzò quel cavaliere, e disse
queste parole pronte, aperte e fisse:
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— Noi non sappiam di cui se’ imparentato
— diceva ’l cavalier falso ed astioso: —
da’ mercatanti qui fosti portato,
però non esser contro a noi argoglioso. —
Udendolo, Gibel si fu cambiato,
e ’l cor suo allegro divenne pensoso:
féssi contar per punto e per ragione
come non era della lor nazione.
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Udendo la novella il donzelletto,
dalla giostra si fu tosto partito,
alla donzella se n’andò soletto,
fulle davanti e dielle un bel saluto,
contòlle come stato gli era detto
che d’altri parti quivi era venuto
co’ mercatanti lontani e stranieri,
si come gli avea detto il cavalieri.