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238 il ragazzo


SCENA VI

Pedante uscito nella scena, Ciacco, Flamminio.

Pedante. «Meretrices fu gè», precetto catoniano.

Ciacco. Chi diavolo è quel frate che predica?

Pedante. «Nec lachrymis crudelis amor nec fronde capellae», il magno Marone.

Flamminio. Ecco, io son pur ruinato del tutto senza rimedio alcuno.

Ciacco. Onde vien questa ruina?

Flamminio. Tu non vedi il mio maestro? La cosa è scoperta. Qui bisogna bene adoperarvi astuzia, se non che spacciato è il fatto.

Ciacco. È cosí gran diavolo costui?

Pedante. Che parla del diavolo quell’animale irrazionale?

Ciacco. Sareste voi suo fratello, che rispondete per lui?

Flamminio. Maestro, io non m’era accorto di voi. Ove andate, cosi, a quest’ora?

Pedante. Questo è il «salve magister» che doverebbe dire? Sei ambulato in Campo di fiore?

Flamminio. Ai piaceri vostri. Ho tanti travagli nella testa che io m’era scordato di salutarvi. Fate mia scusa.

Pedante. O Flammino, Flamminio, non bene se res habent, le cose non van bene.

Ciacco. Che fernetica costui?

Pedante. Tu sei innamorato, il che nesciebam. Ma io ti dico che istai male.

Flamminio. Che volete che io faccia? non sono ancora io di carne e d’ossa?

Pedante. Bene. Etiam i quadrupedi, come sarebbono verbi grada i buoi, le pecude e gli equi, in quibus non est intellectus, et omnia huiuscemodi ammalia, sono di carne e d’ossa.

Ciacco. Le parole di questo babbuasso, mezze per lettera e mezze per volgare, mi paiono di quegli animali antichi che aveano l’aspetto d’uomo e i pie di capra.