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38 la calandria


Calandro. Or insegnamelo.

Fessenio. Tu sai, Calandro, che altra differenzia non è dal vivo al morto se none in quanto che il morto non se move mai e il vivo si. E però, quando tu faccia come io ti dirò, sempre risusciterai.

Calandro. Di’ su.

Fessenio. Col viso tutto alzato al cielo si sputa in sii; poi con tutta la persona si dá una scossa, cosi; poi s’apre gli occhi, si parla e si muove i membri. Allor la Morte si va con Dio e l’omo ritorna vivo. E sta’ sicuro, Calandro mio, che chi fa questo non è mai, mai morto. Or puoi tu ben dire d’avere cosí bel secreto quanto sia in tutto l’universo ed in Maremma.

Calandro. Certo, io l’ho ben caro. Ed or saprò morire e rivivere a mie’ posta.

Fessenio. Madesi, padron buaccio.

Calandro. E tutto farò benissimo.

Fessenio. Credolo.

Calandro. Vuo’ tu, per veder se io so ben far, ch’i’ provi un poco?

Fessenio. Ah! ah! Non sará male; nia guarda a farlo bene.

Calandro. Tu ’l vedrai. Or guarda. Eccomi.

Fessenio. Torci la bocca. Piú ancora; torci bene; per l’altro verso; piú basso. Oh! oh! Or muori a posta tua. Oh! Bene.

Che cosa è a far con savi! Chi aria mai imparato a morir si bene come ha fatto questo valente omo? El quale more di fuora eccellentemente.

Se cosí bene di drento more, non sentirá cosa che io gli faccia; e cognoscerollo a questo. Zas! Bene. Zas! Benissimo.

Zas! Optime. Calandro! o Calandro! Calandro!

Calandro. Io son morto, i’ son morto.

Fessenio. Diventa vivo, diventa vivo. Su! su! che, alla fé, tu muori galantemente. Sputa in su.

Calandro. Oh! oh! uh! oh! oh! uh! uh! Certo, gran male hai fatto a rinvi vermi.

Fessenio. Perché?

Calandro. Cominciavo a vedere l’altro mondo di lá.

Fessenio. Tu lo vedrai bene a tuo agio nel forziero.

Calandro. Mi par mill’anni.