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360 gl’ingannati


Clemenzia. Farai bene di farne manco romore che puoi e veder di proveder, meglio che si potrá, che la torni a casa senza che tutta questa cittá se ne accorga. Ma tanto avesse ella fiato, suor Novellante Ciancini, quanto io credo che sia vero che Lelia vada vestita da uomo! Guarda che elle non dichin cosí perché la vorrebbeno far monaca e che tu gli lassi tutta la robba tua.

Virginio. Come non dice il vero? Ella m’ha per infin detto ch’ella sta per ragazzo con un gentiluomo di questa terra e che egli non s’è ancora accorto ch’ella sia donna.

Clemenzia. Potrebbe essere ogni cosa; ma, per me, non lo posso credere.

Virginio. Né io non lo posso credere che non la conosca per donna.

Clemenzia. Non dico cotesto, io.

Virginio. Il dico io, che mi tocca: bench’io stesso mi feci il male, dandola a nutrire a te che sapevo chi tu eri.

Clemenzia. Virginio, non piú parole. S’io son stata una trista, m’hai fatta tu. Sai bene che, prima che tu, non mi ebbe altri che il mio marito. Io dico che le fanciulle si voglion trattare altrimenti. Non ti vergognavi di volerla maritare a un vecchio rantacoso che le potrebbe esser nonno?

Virginio. E che hanno i vecchi, manigolda? Son mille volte meglio che i giovani.

Clemenzia. Tu sei uscito del sentimento: e però fa bene ognuno a scorgerti e darti ad intender le ciaramelle.

Virginio. S’io la truovo, la strascinarò a casa pe’ capegli.

Clemenzia. Farai pur come colui che si toglie le corna di seno e se le mette in capo.

Virginio. Non me ne curo. Tanto se ne saria. Basti ch’io me le tagliarò.

Clemenzia. Governate a tuo modo, che non ti dorrá la testa.

Virginio. Io ho avuti i segnali come la va vestita. Tanto la cercarò ch’io la trovare. Poi bastisi.

Clemenzia. Fa’ come tu vuoi, ch’io mi vo’ partire; ch’io perderei il tempo a lavar carboni. Ma...