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atto terzo 357


Pedante. Aspetta un poco. Tu che dici?

Agiato. Dico che i gentili uomini non si curan d’empire il corpo di tanta robba; ma di poca, buona e dilicata.

Stragualcia. Costui debbe essere spedaliere. o oste d’amalati.

Pedante. Non parli male. Che ci darai?

Agiato. Domandate.

Frulla. Ed io mi maraveglio di voi, gentiluomini. Quando c’è de la robba assai, l’uom può mangiar quel poco o quel molto che gli piace; il che del poco non accade. Poi, come l’uomo comincia, l’appetito cresce e bisogna empirsi il corpo di pane.

Stragualcia. Tu sei piú savio delli statuti. Io non viddi mai uomo che intendesse meglio il mio bisogno di te. Va’, ch’io ti vo’ bene.

Frulla. Va’ un poco in cucina, fratello, e vede.

Pedante. Omnis repletio mala, panis autem pessima.

Stragualcia. Pedante poltrone! Ti rompo, un di, la bocca, s’io vivo.

Agiato. Venite, gentiluomini, che lo star fuore al freddo non è cosa da savi.

Fabrizio. Eh! Noi non siam cosí gelosi, no.

Frulla. Sapiate, signori, che questa ostaria dello «Specchio» soleva esser la megliore ostaria di Lombardia. Ma, come io apersi questa del «Matto», non alloggia, in tutto uno anno, dieci persone; e ha piú nome questa mia insegna, per tutto il mondo, che ostaria che sia. Qui vengon francesina schiera, S todeschi quanti ne passano.

Agiato. Non dici il vero, che i todeschi vanno al «Porco».

Frulla. Qui vengono i milanesi, i parmigiani, i piagentini.

Agiato. Alla mia vengono i veneziani, i genovesi e i fiorentini.

Pedante. Ove alloggiano i napoletani?

Frulla. Con me.

Agiato. Lasciatevi dire. Alloggian, la piú parte, all’«Amore».

Frulla. E quanti ne alloggian con me?