Pagina:AA.VV. - Commedie del Cinquecento, Vol. I, Laterza, 1912.djvu/189


atto primo 181

          Girifalco. A chi dici «impalato»?
          Pilastrino Ho detto che mi tira ornai ’l palato;
          e tu mi pasci qui pur di parole.
          Saresti appunto buon, per la cappella
          che si fa al Baracane, per un santo
          in su l’altare o per un di quei voti
          con le man giunte; che non mangi o bèi
          ma vivi d’aere.
          Girifalco. Lascia: berem poi.
          Anima mia, tu mi fai pur gran torto.
          E poi per chi? Per un morto di fame,
          un furfantello, un ladro, un giocatore,
          un plebeo. Ma guardati, Filocrate;
          che, a’ miei di, mai nessun mi fece ingiuria
          che non mi vendicassi. Vatti sposa:
          e to’ per donna qualche ruffianacela
          per tua infame. Oh! co! ca! ca! Io muoio.
          Rinego il di che mi battezza. Ca! ahi!
          In mal punto. Ah!
          Pilastrino Da’ giú, ch’io ’l voglio, il cuore.
          Che fai? Par che rineghi anche il battesmo.
          O Girifalco, tu sei diventato
          un gran biastemmiatore. E poi sei vecchio
          e mostri esser saputo!
          Girifalco. Io son perduto
          piú lá che ora. Vo’ chiamare il diavolo.
          Diavol!
          Pilastrino Di’ forte, che non ti può udire.
          Su! che ti porti presto.
          Girifalco. Che hai detto?
          Pilastrino Che? non m’hai forse inteso? Che ti porti
          dov’è colei che ti può dar salute
          e tór d’angoscia.
          Girifalco. Aimè! che sarò morto
          prima ch’io n’esca.
          Pilastrino Va’. Se non moro io