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atto primo 113


Luzio. Oimè! oimè! oimè !

Prudenzio. Malfatto, non odi, no? Vien qui.

Malfatto. Oh! parlate, parlate, che non ve adormirete.

Prudenzio. Camina, dico.

Luzio. Oh mamma mia!

Malfatto. Che volete adesso?

Prudenzio. Piglia costui a cavallo.

Luzio. Oh Dio! oh Dio!

Prudenzio. Sdelacciali prima le callighe.

Luzio. Eh! per lo amor de Dio! Io me ve aricomando.

Prudenzio. Che non gli sdelacci le calze, igniavio, insultissimo?

Malfatto. Non vole, vedete.

Luzio. Eh! mastro mio, audiatis una parola.

Prudenzio. Quid vis? che vói?

Luzio. Non me sdelacciate le calze, di grazia, e’ ho cacato nella camisa.

Prudenzio. Alzalo dunque a quel modo, che volo ut tu discas che totiens quotiens...

Malfatto. Non ce vole venire, vedete.

Prudenzio. Alla fé, che, quando te do a fare i latini, voglio che tu li facci meglio che se fussino in vernacula lingua.

Luzio. Oimè! oimè! oimè! oimè!

Malfatto. Non me date a io, che ve venga lo cancaro!

Luzio. Oimè! oimè! Dio mio!

Malfatto. Oh potta del diavolo!

Prudenzio. Molto l’hai lassato.

Malfatto. Perché m’ha mozzicato li denti co la rechia.

Prudenzio. A questo modo, ch? tristo, venefico!

Luzio. Eh! mastro, vel prometto che ’l farò bene alla fedis.

Malfatto. Guarda scrizi da cani!

Prudenzio. E quando?

Luzio. Quando voletis voi.

Malfatto. So c’ha fatto piú male a me ch’a io. Mastro, guardate.

Prudenzio. Non vói obmutescere, publico lupanare? E tu