Apri il menu principale

Pagina:AA.VV. - Commedie del Cinquecento, Vol. I, Laterza, 1912.djvu/102

94 il pedante


Rita. Tornate presto, di grazia.

Fulvia. Accòstate in qua, Rita, acciò che non paia ch’io stia sola; che tu sai ch’alle male lingue non mancaria che dire.

Rita. Costei si sará forsi rotto el collo, ché bada tanto a darci la risposta.

Fulvia. Qualche cosa deve aver a far, lei. Lassala pur stare.

Rita. Volete ch’io ripichi?

Fulvia. No, no; che non dicessino pur cosí che noi avemo del fastidioso.

Ceca. Oh! Madonna, perdonateme se io sono stata troppo a ritornare, ché sono corsa drieto alla carne che si portava la gatta... volsi dire, la gatta si portava la carne.

Fulvia. Ben, che dice la tua patrona?

Ceca. Che, madonna sí, che venghiate di sopra.

SCENA IV

Prudenzio mastro, Malfatto servo.


Prudenzio.

Omnia vincit amor et nos cedamus amori.

Certamente pare, al giudizio dei periti, che totiens quotiens un uomo esce delli anni adolescentuli, verbi gratia un par nostro, non deceat sibi l’amare queste puellule tenere; benché dicitur che a fele, senio confetto, se lli convenga un mure tenero. Oh terque quaterque infelice Prudenzio! a cui poco le virtú e le lunghe lucubrazioni e i quotidiani studi prosunt. E ciò solo avviene chí li uomini sono inimicissimi delle virtú e delle Muse del castalio e pegaseo fonte; e, come li arieti o li irconi, con li corii aurati viveno, chí «sine doctrina vita est quasi mortis imago»; ed hanno sí la virtú conculcata che solo alle crapule attendono e incumbunt a rubare, a soppeditare el prossimo con mille versuzie e doli. Benché, noi non li stimiamo; quia, «cum recte vivis, non cures verba malorum». E cosí i miseri non se accorgeno che sono tanquam boves et oves et super pecora campi. E, se alcuno vole captare benevolenzia appresso di