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Pagina:AA.VV. - Commedie del Cinquecento, Vol. I, Laterza, 1912.djvu/101


atto primo 93

SCENA III

Fulvia donna, Rita serva, Ceca serva.

Fulvia. Non bisogna, Rita mia, ch'al primo né al secondo assalto della Fortuna ci sbigottiamo: ch’ancor che questa buona donna, madre de questa giovane della quale sí sconciamente el mio consorte, sí come saputo avemo, è invaghito, mostri non contentarsi ch’io, misera! in cambio della figliuola con esso lui mi giaccia (sí come saria el dovere, ch’elli è pur mio marito, del quale ora la mia sciagura e la mia disgrazia, senza colpa o cagione, privata me ne hanno), spero che la ragione che mi assecura a chiedergli le cose giuste e oneste la fará condiscendere ai voti mei.

Rita. Grande errore fue, per certo, a farvi sposare, se ei non se ne contentava; e voi, perdonatemi, poco savia fosti a prenderlo.

Fulvia. E che ci potevo fare io? Homelo forsi tolto da me? Certo che non; e tu lo sai.

Rita. Orsú! Poi che avete questa fantasia, quanto piú presto possete cacciatevela; ché le cose che indugiano pigliano vizio.

Fulvia. Io ho caro, Rita, che tu sia sempre stata meco in compagnia: ché della vita e fede mia verso di lui ne potrai far buona testimonianza; ch’io so ch’elli avea gran fede in te.

Rita. Madonna, el luogo ove che noi ci troviamo e la buona e onorevole pratica delle sante donne ove voi state saranno cagione di rendervi chiara senz’altri testimoni apresso di lui.

Fulvia. Ecco la casa. Idio ci aiuti, ché costei ci dia buona risposta.

Rita. La dará bene, sí. Aspettate, ch’io pichiarò. Tic, toc.

Ceca. Chi è lá? che adimandate voi?

Rita. Ècci la vostra patrona?

Ceca. Sí, è. Perché?

Rita. Per bene. Madonna Fulvia mia patrona gli vorria parlare.

Ceca. Aspettate, che or ora li farò l’imbasciata.