Teresa Carniani

1829 Autobiografie/Scritture di donne letteratura Malvezzi Carniani Teresa
Autobiografia Intestazione 3 settembre 2014 75% Autobiografie

Monsignore amico gentilissimo,

Se teneste meco silenzio, come dite, per non incomodarmi faceste male assai, perchè le vostre lettere mi sono sempre carissime. Se poi non mi scrivete per comodo vostro fate bene; e già la memoria dei vostri pregi e dei favori de' quali mi colmaste, mi parla una voce a vostro riguardo sempre dolce e perpetua.

Quanto poi all'onore che volete farmi, primieramente vi supplicherò a ben consultare la vostra coscienza circa il merito mio. E dopo questa supplica, per obbedire ai vostri pregiati comandi, vi dirò ch'io nacqui in Firenze da Cipriano Carniani cittadino fiorentino, e da Elisabetta Fabbroni. Il primo mio studio fu la geometria, che mi veniva insegnata dal cavalier Giovanni Fabbroni fratello di mia madre, caro all'animo mio, e chiaro all'Europa, come dimostra l'elogio che l'illustre bibliotecario di Modena Antonio Lombardi fece per servire alle memorie dell'accademia italiana, cui mio zio ebbe l'onore di appartenere. Dopo lo studio della geometria quel mio zio preso da vivissimo amore per me, voleva occuparmi in cose più alte; ma mia, madre, saggiamente giudicando quanto importi ad una donna l'avvezzarsi buona madre di famiglia, nol permise. Onde suo malgrado dovè mio zio cedere, ed io fui data ai lavori donneschi ed all'economia domestica. Ed a solo ornamento mi fu insegnato la musica, il disegno, la lingua francese, la lingua inglese e il ballo: tutti studi che io feci assai superficialmente. Entrata nel mio sedicesim'anno mi maritai al conte Don Francesco Malvezzi, cavaliere dell'Ordine dei SS. Maurizio e Lazzaro, ottimo e caro compagno della mia vita. Il quale sposatomi per amore, mi condusse subitamente a Bologna sua patria, e ciò fu il novembre del 1802. Ne' primi tre anni del mio maritaggio niun altro pensiero mi occupò, fuor quello di acquistarmi la benevolenza dei miei novelli parenti. Divenni madre di tre figliuoli, i quali il cielo mi tolse, due tosto nati, e la terza, che era femmina, al comparire del sesto anno; e in ricompensa mi donò poscia un maschietto che ora ha dieci anni, e che sarà, spero, il sostenitore della famiglia. Ora trovandomi io pel sistema della famiglia senza obblighi di cure domestiche, cercai di tôrmi alle noie dell'ozio col darmi allo studio, e più particolarmente allo studio della poesia, il quale comechè non mai coltivato, era sin dalla fanciullezza stato sempre il mio prediletto. Feci in brevissimo tempo la conoscenza di molti insigni letterati, tra' quali il celebre abate Biamonti, che teneva in Bologna la cattedra di eloquenza, mi prese singolare affetto. E onorandomi della sua conversazione, anzi dandomi lezione tre volte la settimana, m'introdusse all'antica filosofia, e col mezzo delle sue proprie traduzioni si studiò di farmi conoscere i principali classici greci. Tolto egli alla cattedra ed a Bologna, quantunque a me non tolto intieramente, per l'amicizia che sino all'ultimo della vita mi serbò, onorandomi costantemente di sue lettere, ebbi non poco a lamentare la sua partenza. Pure il vedere la mia conversazione morta della presenza di molti dotti, la facilità che trovava al poetare, l'udire i miei versi ripetuti dalla bocca degli amici, le lettere dell'affettuoso mio zio mi erano efficaci incoraggiamenti al proseguire de' miei studi. Voglio qui darvi un'idea de' miei primi versi con due sonettucci:

 
Zeffiretto gentil che qui t'aggiri
     E all'inquieta alma mia conforto sei,
     Tu che allevii pietoso i mali miei
     4E una mesta dolcezza in cor mi spiri,
Vola, deh vola a lui che i miei sospiri
     Cagiona sol, e ciò ch'io dir vorrei
     Di' flebilmente tu, ch'io non saprei
     8Tanta eloquenza aver quant'ho martiri.
Tu testimon de' miei dogliosi accenti,
     Digli come nel duol morta ho ragione,
     11Di quale acuto stral trafitto ho il core.
E digli come a' miei giorni dolenti
     Speme nessuna mai limite pone
     14Sin che propizio a me nol guida amore.


 
Ve' come splende la falcata luna,
     E come è il ciel di vaghe stelle adorno!
     Or ben può dirsi il bel chiaror del giorno
     4Vince la notte, tanti lumi aduna.
Alme beate che a tanta fortuna
     Levate foste in quell'alto soggiorno
     Ove fulgete al vero sole intorno
     8Nè può turbarvi mai tenebra alcuna!
Deh perchè morte alfin meco pietosa
     Libera a me non fa la miser'alma
     11Sì ch'io pur tanto ben goda a voi presso?
Posa quindi sperar forse l'oppresso
     Mio cor potria, che qui null'altra calma
     14Porta conforto a mia vita affannosa.

Soffrite pure questa breve anacreontica che feci in quel tempo al conte Ranuzzi, zio di mio marito.

 
Cantate, o muse, i pregi
     Di lui che tanto onoro
     E pe' cui fatti egregi
     Felsina insuperbì.
5Da Clio le andate cose
     Apprese, e della vita
     Per l'onde tempestose
     Securo navigò.
Èrato le soavi
     10Rime d'amor gli diede,
     Onde de' cor le chiavi
     A voglia sua girò.
Per le celesti ruote
     A lui fu guida Urania,
     15A lui dell'alte note
     Il magistero aprì.
Interrogò natura
     Ed ella obedïente
     Ogni cagione oscura
     20Al Sofo suo scuoprì.
Scuoprì come la terra
     Talor si scuote e trema,
     Come il fulmin s'atterra
     E rumoreggia il tuon.
25Come sprigiona e slega
     I venti il re de' nembi,
     Come i color dispiega
     L'ancella di Giunon.
Ma da severi studi
     30Talor le grazie tolgono.
     E a dilettosi ludi
     Guidan la dotta man.
La man che a tesser muove
     Ed erbe e fiori e fronde,
     35Sì delicate e nuove
     Che insulto al vero fan.
E in compagnia di loro
     Ei siede alla dolce ombra
     D'un elce o d'un allôro
40Sul vario pinto suol.
E meditando scopre
     In ogni selva o fonte
     Iddio di cui son opre
     E stelle e luna e sol.
45Spirto gentil pietoso,
     Volgi alla patria e mira,
     Che soccorso e riposo
     Invan da te sperò.
Odi qual inno suona
     50Di vedove e pupilli,
     Ve' come si corona
     La man che li salvò.
Oh caro spirto, o santo
     D'ogni virtude albergo,
     55Or come a te col canto
     Darò il dovuto onor!
Alla conocchia, all'ago
     Me condannò natura,
     L'ingegno indarno è vago
     60Del non caduco allôr.


Non deggio celarvi che l'affezione che il Biamonti e gli altri amici mi portavano faceva loro parer bella ogni cosa mia, e non s'accorgevano come io correva a briglia sciolta nel falso, poichè amavo il Frugoni e la sua maniera. Conobbi il signor Costa, ed all'occhio penetrante di quel valentissimo non isfuggì l'error mio. Volle egli aver la compiacenza d'insegnarmi l'analisi delle idee; mi fece studiare a moderni filosofi, e mi fece gustare le bellezze dei classici italiani con tanta maestria, quanta non saprei esprimere con parole. E perchè io aveva perduto ogni coraggio al poetare, egli con eleganti e soavissimi versi e sonetti mi veniva stimolando alle rime. Onde io osai alcuna volta rispondergli. Eccovi due mie risposte:

 
No che alla mesta e dolce melodia
     Onde 'l Cigno di Sorga la beltate
     Canta, e 'l valor di Lei che in le beate
     4Sedi levò, sua somma leggiadria,

Un cuor di tigre o d'orso non potria
     Frenare il pianto, e non sentir pietate,
     Ma seguitar suo volo in tarda etate?
     8Ahi stolta presunzion, vana follía!

Tentar lo volle mio basso intelletto
     Ma il rimembrarlo, ahimè, sì m'addolora,
     11Che me del troppo ardir spesso riprendo.

Nè mio voler, ma l'usanza seguendo
     Per istranee favelle errando ognora,
     14Lungi men vo' dal tosco fonte eletto.

 
Io sentia dentro al cor già venir meno
     Il bel desío che a poetar m'invita,
     Se tu cui dièr le muse al piccol Reno
     4Spirto gentile nol tenevi in vita;

Tu cui di patria caritade il seno
     Arde sì, che all'Italia oggi invilita
     Perchè non è chi di lei tolga il freno
     8Spiri col canto la virtù smarrita.

Or io tentando a passo grave e lento
     Del sacro monte la difficil via
     11Vommi, ma tremo, e il piè mancar mi sento.

Già grida il vulgo all'arditezza mia,
     Forse l'Olimpo ne farà lamento;
     14Ma il biasmo è tuo, o tua la laude fia.


Aveva già conosciuto il celebre Mezzofanti, e dietro la sua scorta avevo ripreso l'inglese. Conobbi la signora contessa Olimpia Debianchi, amica della Staël, e chiarissima letterata francese, la quale tanto mi prese amore, che per due interi anni, con indicibile assiduità, mi diede un corso di letteratura francese, corroborato da tanta filosofia quanta è capace quella sublime sua mente. Quindi cominciato da me stesso lo studio della latinità, ebbi in sorte di poter tenere qualche conversazione circa la maniera di studiar Cicerone, con l'amico mio familiare, il celebre Garatoni. Conobbi il cav. Monti, ed egli pure mi onorò di tanta amicizia quanta sanno tutti che onoravano la casa mia in quel tempo. Egli ebbe la bontà d'esaminare i miei studi, e con parole, e con lettere, e con versi m'incoraggiò allo studio della poesia. Voglio qui trascrivervi anche due sonetti, che osai fare per lui, l'ultimo de' quali è una risposta alla domanda ch'egli mi fece di un fiore per dedicarmi nel suo giardino della Feroniade.

 
Ite mie rime al fortunato Olona
     Ove l'italo amore ha vôlto il piede;
     Vedrete lui che nuovo lustro diede
     4Al plettro aonio che immortal risuona.
Lui cui le sante muse fan corona,
     Mentr'erra col pensier per quella sede,
     Che fu già di Feronia, e l'ira vede
     8Dell'empia Giuno che minaccia e tuona.

Ditegli come al suo partir qui muto
     È fatto il mondo, e sconsolato e mesfo
     11Chi suo dolce parlar più non ascolta.

E se dal duol la voce non v'è tolta
     Ditegli flebilmente in tuon modesto,
     14Ch'ei torni e faccia il desir mio compiuto.


 
Superba in sua beltà sorge la rosa,
     Narciso al rio si specchia e s'innamora,
     Langue la mammoletta vergognosa,
     4Vagheggia Adon la Dea; giacinto implora.

Ma pago di sua candida e vezzosa
     Forma il ligustro, ogni altro discolora,
     Soletto e umil tra selve si riposa,
     8E inculte siepi vagamente infiora.

Oh immagin di virtù, che tanto puoi
     In gentil cuore! a te sia mite il gelo,
     11E ognor t'avvivi il sol co' raggi suoi.

Anzi risplendi nuova stella in cielo,
     E di te canti il vate, onde tra noi
     14Più non s'invidia l'aurea cuna a Delo.

Conobbi poscia il cavalier Strocchi, ed allor veramente posso dire che conobbi le persone stesse d'Orazio e di Virgilio tanto dilucidamente mi vennero da quel sommo spiegati. Di molte dotte conversazioni mi onoro pur anche il Sofocle Italiano sig. marchese Angelelli. Di qualche conversazione, pur da me riputata lezione di scienza universale, mi onorò ultimamente il celebre Orioli. E per non troppo noiarvi dinumerando i dotti che mi onoravano di singolare amicizia, nominerò soltanto alcuni di quelli che il cielo tolse non solamente a me, ma all'Italia: Azzoguidi, Testa, Don Apponte, la Tambroni, Prandi, Pozzetti, Butturini, Perticari, e Monti, i cardinali Lante e Spina. Cosi per più di vent'anni vidi la mia conversazione onorata da dottissimi italiani e stranieri. Frequentai, sebben moderatamente, le numerose adunaze, i pranzi, e più che tutto i balli, e venni dividendo il tempo tra i divertimenti, i lavori donneschi e lo studio. Mandai alle stampe alcune odi ed alcuni sonetti senza nome, e pure senza nome pubblicai co' torchi del Nobili l'anno 1822 la mia traduzione del Riccio rapito del Pope. Le altre mie stampe credo le abbiate tutte vedute. E tra non molto vedrete il fine del mio poemetto, e tosto vedrete un altro volgarizzamento di Cicerone. Il 4 aprile del 1822 per ispontaneo favore gli accademici Felsinei a pieni voti mi acclamarono del loro numero, e mi presentarono il diploma. Del 1823 fui onorata del diploma di accademica degli Entelati in S. Miniato di Toscana. Del 1824 fui onorata del diploma dell'accademia d'Arcadia. Del 1826 ebbi l'onorato diploma dell'accademia Tiberina. Del 1827 ebbi l'onorato diploma dell'accademia Latina. Del 1828 ebbi l'onore d'esser nominata nell'Ateneo Forlivese accademica dei Filergiti.

Eccovi, amico gentilissimo, in una lunga diceria, i particolari della mia vita. Gli affido al vostro senno; valetevi del puro necessario. Perdonate se non feci sollecita risposta alla graziosa vostra lettera, Non so qual verecondia mi trattenesse; finalmente vinse l'autorità de' vostri comandi. Gli onori piacciono, è vero, a tutti; ma a chi guarda un po' addentro piace più assai il meritarli che non l'ottenerli; come piace assai più l'essere che il parere.

Serbatemi la vostra grazia, salutatemi l'Odescalchi, il Betti e il Biondi, e con ogni ossequio credetemi sempre

Bologna, 18 dicembre 1829.

Vostra devma serva ed amica
Teresa Carniani-Malvezzi.