Lettere (Sarpi)/Vol. II/169

CLXIX. — A Giacomo Leschassier

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CLXIX. — A Giacomo Leschassier
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CLXIX. — A Giacomo Leschassier.1


Penso che la V.S. avrà ricevuto il libro del Bellarmino, che, fa ora un mese, le inviai. Io ebbi con le ultime sue lettere un esemplare dell’arresto, pronunziato da cotesto Senato dignitosamente, e come si conveniva alla libertà francese. Il Senato fece veramente gl’interessi dello Stato: voglia ora Dio che i successivi eventi fruttino a bene; poichè, quando quelli che dovrebbero sostenere i fondamenti del regno dànno opera a debilitarli, forza è ch’esso rovini. Oh! il Ciel volesse ch’io riesca profeta a rovescio. Ma basti di ciò.

Ho scritto a Roma e a Napoli per aver ragguaglio del decreto del vicerè napoletano. Di Roma mi rispondono che non ebbero sentore della cosa. Di Napoli nessuna replica. Al pari della S.V., io desidero un esemplare di siffatto decreto. Se pure è divulgato, son certo che costà ne sia corsa voce esagerata. Su quello che accadde in Napoli avrò di certo notizie, le quali parteciperò anche alla S.V. [p. 191 modifica]

Mi pesa forte la partenza di Francia del signor Foscarini, pel cui mezzo ha luogo questo nostro scambio di lettere; cui bisognerà per poco interrompere fino a che mi sia aperta altra via sicura, come spero tra breve. Frattanto mi auguro di viver continno nella sua ricordanza.

Le sarà ormai giunta alle orecchie la pace fra il re spagnolo e il duca di Savoia: ora ambedue le parti attendono a congedar le milizie, quando non faccia ostacolo l’affare di Cleves. In ogni luogo si crede che sarà pace fra i Cristiani tutti; e bisogna crederci finchè i re sono pupilli: il che non accade soltanto in Francia. Ma la differenza sta qui: che il vostro verrà all’adolescenza, mentre gli altri si manterranno perpetuamente fanciulli.

Gli Spagnuoli ottennero a prezzo la fortezza e il porto celebre in Affrica situato fuori delle Colonne, e non so se per assenso di tutti quelli che possono contrastare: laonde giudico che di qui sia per venire qualche subbuglio. Almeno occorreranno agli Spagnoli assai spese per difendere e conservare quel luogo, e pur con la temenza di esser costretti a sloggiarne.

Non può aver termine questa lettera senza che io le parli de’ Gesuiti. I quali s’arrabattano per ogni maniera, acciocchè l’Anti-Cotton non si venda in questa città, e venga proibito insieme con altri opuscoli scritti costì contro la loro setta, e che recati in italiano vennero qua introdotti in gran copia. Muovono cielo e terra in Roma per venire a capo di ciò, e i ministri pontificii qui li secondano con tutti gli sforzi. Se riusciranno non so, massime perchè molti sono scorati pei fatti di costà: ma poi, tanti sono gli [p. 192 modifica]esemplari già disseminati, che l’ottenuta proibizione equivarrà alla pioggia dopo l’incendio. Ad essi non piacerebbe che la morte del gran re, venuta in conseguenza delle massime da loro insinuate, quando non ci avessero altresì potuto le fraudi, fosse senza frutto; e tutto adesso imprendono perchè venga alle loro mani la preda agognata. Piccolo, invero, è il mondo a tanta ingordigia; ma sanno ben essi distribuire le loro rapine a seconda dei tempi. Non so a qual gente accennino da prima, se a noi o voi; ma certo ad ambedue le parti hanno del pari volto l’intento. Veggono invendicato l’eccidio del re, e tanto più s’affidano che tornerà a loro vantaggio. Ma tutti i disegni umani sono moderati dai voleri celesti, e spero in Dio ch’essi debbano effettuar molto meno di quello a che aspirano. E supplico la Divina Maestà che Lei serbi perpetuamente in salute, al servigio della Chiesa e dello Stato, e all’amore ch’io le porto. Le bacio le mani.

Venezia, 4 gennaio 1611.




Note

  1. Edita come sopra, pag. 95.