Ladinia e Italia

Carlo Salvioni

1917 L Ladinia e Italia Intestazione 13 febbraio 2020 25% Da definire

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LADINIA E ITALIA;


DI

CARLO SALVIONI


Discorso inaugurale letto I’ 11 gennaio 1917 nell' adunanza solenne

del R. Istituto Lombardo di Scienze e Lettere


J


PAVIA

Premiata tipografia Successori Fratelli Fusi Largo primo di Via Roma

1917




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Nel discorso con cui, il 2 giugno 1914, Antonino Salandra dal Campidoglio bandiva al mondo il verbo della nuova Italia, l’oratore ebbe a toccare anche dei ladini. Ci narrava egli cioè le trattative che precorsero alla guerra nostra, i dinieghi dell’Austria alle richieste nostre, le ragioni accampate contro queste. Per negarci l’Ampezzano, rivelava il Salandra, obiettavano, che questa nobile terra non italiana fosse ma ladina; cavillo, che il Salandra subito e facilmente sfatava con queste parole : “ come se la differenza tra ladini ed italiani non fosse infinitamente inferiore che tra ladini e tedeschi „. M’immagino che, dove la brevità imposta dal momento non avesse tolto al Sa¬ landra di esprimersi con maggiore ampiezza, avrebbe egli forse anche soggiunto che quel diritto, che l’Austria negava agli italiani in quanto diversi, a suo vedere, dai ladini, risorgeva inoppugnabile per ciò: che l’Italia, racchiudendo nella sua compagine politica la grande maggioranza dei la¬ dini, poteva sempre rivendicare come nazione ladina quello che le si contestava di chiedere come nazione italiana.

Ma si può, si deve andare più oltre e statuire che que’ ladini, presentati interessatamente dall’Austria come qualcosa di molto diverso da noi, di quasi antitetico a noi, sono un artificio; che essi ladini hanno con noi, per il fatto della loro lingua, rapporti assai più intimi che non con qualsiasi altra unità romanza; che la loro favella è stret¬ tamente affine alla nostra, soprattutto se per italiano in-




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tendiamo, ciò che è doveroso di fare, il complesso dei dialetti neolatini parlati in Italia. È la dimostrazione di tale verità (1) che mi propongo e lusingo di fornire qui a chi avrà la paziente bontà di seguirmi (la).

Solo che, prima di addentrarci nella discussione, non parrà per avventura superfluo che richiami alla mente dei cortesi uditori cosa s’intenda noi oggi per ladini.

Lungo le Alpi, dalle pendici settentrionali del Gottardo sino al Friuli, e qui allora raggiungendo il mare, risuonan delle favelle romanze che apparentemente son diverse assai da quelle che s’odono ai loro confini meridionali. E come una fascia linguistica che corre parallela al giro della catena al¬ pina e separa i linguaggi d’Italia da quelli che sono al di là della cintura. Di questa cintura, a vero dire, noi non ri¬ conosciamo ormai pili che dei frammenti, poiché italiani e tedeschi, quelli a mezzogiorno , questi a mezzogiorno e a settentrione delle Alpi, hanno variamente spezzata la fascia. La quale, in corrispondenza alla Lombardia è transalpina ed è costituita dai ladini grigioni, dall’Engadina, cioè, e da qualche valle dell’ altissimo Reno, in corrispondenza al Trentino e al Veneto è cisalpina: rimanendo interrotta per gli incontri diretti che tra italiani e tedeschi hanno luogo allo Stelvio, nella chiusa dell’Adige superiormente a Trento, e nell’alto corso del Piave. A queste tre lacune si riannoda la ripartizione interna de’ladini; poiché ad occidente della prima siedono i ladini oltremontani coll’ atesina valle di Monastero, i quali chiamiam sezione occidentale; tra la prima e la terza stanno i ladini tridentini, servendo la se¬ conda frattura a discriminare tridentino-occidentali e tri- dentino-orientali, che tutti insieme, e compresovi qualche tratto dell’alto Bellunese, costituiscon la sezione centrale; oltre la terza, si stende il Friuli, cioè la sezione orientale, la più ampia, la più popolosa, la più civilmente e storica¬ mente importante, comecché entrino in essa Udine e Gorizia e v’ entrassero già Aquileja, Grado, e soprattutto, e sino a ti npi relativamente non lontani, Trieste, città poi fatte sue dalla favella veneta.

E come l’Italia ha conquistato in età recente questi territori, così essa, e più ancora i germani, già eran venuti,



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con opera lenta e continua, riducendo la Ladinia ai pochi campi or ora descritti. Poiché certamente eran prima la¬ dini non solo gl’interstizi tra quei campi, ma la Ladinia, com è provato dai nomi locali latini e romanzi ancor vivi, si spingeva ben addentro nelle terre ora tedesche non solo dell’alto Adige, ma e della Svizzera centrale e orientale, del Vorarlberg, del Tirolo. È tutta una romanità che le' vicende storiche hanno qui ridotta al silenzio, una romanità che s’ era sviluppata in quella che fu la provincia romana della Eezia. La quale Eezia io qui già non evoco perchè stimi retico il presupposto linguistico de’Ladini; presup¬ posto retico che taluno caldeggia ma nulla dimostra pro¬ babile, e a cui del resto toglie ogni possibilità di riprova la circostanza che dell’ antico retico noi nulla sappi^po ; presupposto che non può reggere di fronte alla presunzione celtica, la sola cui ci conducono i fàtti linguistici; presupposto che in ogni modo sconverrebbe al Friuli, per il qual territorio mal rimedia l’ipotesi di ladini spostatisi verso oriente mo¬ vendo dalla sezione centrale. Ma celti par che fossero, se anche frammisti ad altri elementi, i carni, gli abitanti an¬ tichi del Friuli e di parte della Venezia. E d’altra parte vi ha chi propende a ravvisare nei reti un popolo celta o celtizzato. Nelle quali ipotesi, il presupposto celtico, sug¬ gerito da ragioni puramente glottologiche, troverebbe la sua giustificazione antica.

E la linguistica che ha ritrovate e composte in unità queste varie popolazioni che, dal nome che danno a se stesse alcune di esse e che, come 1’ altro di romancio im¬ postosi da altre frazioni, afferma di fronte al germano il loro essere, noi chiamiamo ladine. È un’ unità meramente platonica s intende; che altra unità, e nemmeno la coscienza di un unità, non posseggono esse. La loro giacitura geo¬ grafica ha determinato il loro destino: destino che, disciolta la compagine romana, mai non li volle raccolti sotto un unico dominio e contessè le loro vicende a quelle di vari e diversi popoli, con così scarsa indipendenza che nemmeno ì ladini gngioni colle loro gloriose leghe, nelle quali pre¬ valevano ma alle quali partecipavano pure tedeschi ed ita¬ liani, mai non costituirono uno stato ladino. Altre consi-



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derazioni, altri interessi che non il nazionale premevano. Nessuna storia comune, nessuna coscienza nazionale comune, dunque nemmeno una comune letteratura, e anzi, fin giù giù nei tempi moderni, nessuna letteratura se non qua e là in forma subordinata: subordinata alla letteratura italiana e veneziana nel Friuli, subordinata alla tedesca ne’ Grigioni : dove la spinta a scrivere venne dalla riforma protestante, col risultato di una letteratura religiosa di traduzioni dal tedesco e di imitazioni di modelli tedeschi, di una lettera¬ tura dal contenuto serio in ogni modo, e mercè la quale possiam parlare di un dialetto anzi di più dialetti letterari grigioni.

Spetta a un italiano che fu decoro di questo nostro Istituto, a un italiano uscito dalla ladina Gorizia, spetta a G. I. Ascoli il merito di avere, con un libro anche altri¬ menti glorioso, rivelata e ricostrutta per la scienza l’unità linguistica dei ladini. Altri ne avevano avuto sentore, prima che i Saggi ladini uscissero nel 1878; ma la dimostrazione palmare, la ricostruzione della unità e delle singole sotto¬ unità, la esplorazione minuta attraverso valli e convalli, è avvenuta lì dentro, in quell’opera d’un italiano che, sia detto senza misconoscere i reali meriti di altri studiosi soprattutto tedeschi, pesa da sola assai più che quanti volumi hanno trattato prima e poi la stessa materia (2).

È dunque dell’Ascoli l’affermazione che i ladini costi¬ tuiscono nel sistema neo-latino un’ unità pari in indipen¬ denza alle altre unità neo-latine, pari cioè all’ italiano, al francese, ecc. Ma egli non faceva che proclamare una no¬ zione scientifica; e la sua mente, conscia della differenza che corre tra ragion pura e ragion pratica, conscia di tanti altri elementi che oltre al linguistico dovrebbero esser posti sulla bilancia, era ben lungi dal trarre dalla teoria una pratica conclusione qualsiasi; lui, l’Ascoli, che, nato a Gorizia, sapeva troppo d’essere nato italiano, e un ardente italiano fu sempre; lui che, appunto nei Saggi ladini , si sente lieto di poter additare tra i suoi informatori “ un ladino valoroso, il dottor Giovanni Nepomuceno Bolognini tenente colonnello nell’ esercito garibaldino „ (pag. 313 n) o “ quell’ egregio ladino che è Virginio Imana „ (pag. 321),





del quale l’autore ben sapeva quanto col senno e colla inano aveva oprato in prò dell’ Italia ; lui che mai non mostrò di dubitare della stretta necessaria solidarietà tra italiani e ladini, almeno in quanto questi spettino ai campi centrale e orientale ; lui infine che, una dozzina d’anni dopo i Saggi ladini , doveva, con parole che potrebbero anche parere ima ritrattazione ma certo di molto riducono il rigore e l’assoluto della teoria, doveva, dico, riconoscere “ la grande intimità originale che è tra grigione e italiano anche nella frase „ (AG- vii 428 n). Dove mi si permetta di richiamar 1’ attenzione sulla lunga portata di quell’u anche n.

Ma quelle illazioni d’ordine pratico che all’Ascoli è ripugnato di trarre o avrebbe tratto in senso molto diverso (3), le hanno tratte i dottori e professori dell’Austria, le ha fatte sue il governo dell’Austria. La postulazione ladina dell’Ascoli hanno essi torta ai loro fini che son quelli di staccare moralmente i ladini da noi, e ciò colla duplice mira: in prima di contestare a noi il diritto morale di occuparci e preoccuparci degli abitanti di quelle Alpi la cui conquista materiale tanto filo dà da torcere alla valo¬ rosa tenacia delle nostre armi ; poi di indebolire, mercè il distacco dagli italiani, i ladini stessi nella loro difesa: quei ladini d’Austria, che mentre devono costituire una buona carta contro l’Italia, si cerca d’ altro lato di germanizzare per ogni via e verso, e per ogni buon riguardo vengono posti sotto la particolare protezione, — non è una facezia, — del Tiroler Volksbund.

Sennonché, la teoria stessa, checché si pensi della le¬ gittimità e della sincerità delle illazioni che alcuno ne trae, la teoria stessa, ormai vulgata, è essa proprio incontrover¬ tibile? Non è essa passibile di revisione? La grande e le¬ gittima autorità di un uomo come l’Ascoli non ha essa pesato troppo sugli studi e sugli studiosi, come ha pesato a lungo sul modesto dialettologo che ha in questo momento l’onore d’intrattenervi? Il quale però non potrebbe ora più chiuder l’orecchio al monito della propria non breve espe¬ rienza. In ogni sua ricerca intorno a dialetti lombardi o veneti, sempre s’ è egli visto nella necessità di implicare nell’indagine anche i dialetti ladini, e viceversa; e di im-




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plicarveli in ben altro modo e misura che, alla stregua delle buone norme comparative, non gli tornasse necessario di interrogare, p. es., il francese ; nello stesso modo e mi¬ sura, pressappoco, con cui, nell’ investigare il lombardo e il veneto, ci si sente sorretti dall’ emiliano e dal piemon¬ tese. Ora questa invocazione è imposta allo studioso dalla situazione, dalla ragione intima dei rapporti che intercedono tra ladino e italiano, e son diversi da quelli che corrono tra ladino e francese ; son più stretti e più forti, e ci di¬ cono che i ladini s’affermano, di fronte a quei parlari ita¬ liani che entran direttamente nella contesa, cioè di fronte ai parlari padani, non nel senso d’ un’ unità intimamente distinta da questi, ma sì nel senso d’un gruppo dialettale padano solo cronologicamente diverso dagli altri. Con altre parole : le parlate ladine, tra loro affini nel senso della longitudine, si divariano latitudinalmente in ladino-lombardo e ladino-veneto, risultando la differenza tra ladino da una parte e lombardo e veneto dall’ altra da ciò, che la seces¬ sione geografica e storica, lo stretto e diuturno contatto coi tedeschi han tenuto più lontani i ladini da quelle cor¬ renti che alteravano, che rammodernavano i tipi lombardo e veneto. — La mente scaltrita dell’ Ascoli non poteva disconoscere tali cose. Ma la teoria, maturata in lui nel modo che vedremo, lo teneva nelle sue strette, e lo por¬ tava a rendersi conto degli speciali rapporti intercedenti tra parola padana e parola ladina camminando in senso inverso a quello che a me pare il solo possibile, quello che pur l’andamento della storia, eh’è poi necessariamente quello della favella, impone.

Possedessimo noi l’intiero ladino, ci fosse dato di pa¬ ragonar coll’ italiano il ladino che si parlava già nel Vo- rarlberg o sul lago di Costanza, potrebbe per avventura darsi che esso ci si rivelasse come im linguaggio forte¬ mente individuato; ma noi conosciamo solo quel ladino che la storia ci ha conservato, il ladino geograficamente addossato all’ Italia, e solo con questo ci è dato contare, solo di questo ragionare.

L’Ascoli, scorrendo i dialetti italiani che dal Gottardo alla Livenza affrontano immediatamente il ladino, distingue,


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in questa eh’ egli chiama 1 anfizona ’, tra varietà nelle quali confluiscono ladino e italiano e altre che si possono repu¬ tare piuttosto intermedie che miste. L’Ascoli non si spiega di più, e cosi confesso che non mi riesce di rendermi conto, nella realtà, di questa distinzione ; non riesco cioè a vedere la differenza che corre, ne’ rapporti col ladino, tra la par¬ lata , p. es., di Poschiavo, che sarebbe mista, e quella di Bormio, che sarebbe intermedia. Poiché l’Ascoli stesso ret¬ tamente giudica che la via dello Stelvio , e cioè il ladino ora estinto della Val Venosta, dovrebbe fornirci la chiave del particolare aspetto della parlata bormina, non vedo perchè tra Bormio e Val Venosta non dovessero aversi identici rapporti che tuttora tra Poschiavo ed Engadina, sfumando così o il tipo intermedio, nel quale cioè, s’io ben interpreto il pensiero del Maestro, il ladino sarebbe endemico , o il tipo misto nel quale, poiché l’Ascoli rico¬ nosce il carattere fondamentale lombardo delle parlate in quistione, il ladino sarebbe presente per contagio. Questo contagio, del resto, l’Ascoli, lo rintraccerebbe parzialmente anche più in giù, all’ infuori dell’ anfizona, e, nel suo lin¬ guaggio figurato, ci parla di gonfaloni ladini piantati sulla laguna di Venezia. Ora, a prescinder da Venezia stessa dove , se mai, quei gonfaloni avrebbero una ragione tutta loro e ci richiamerebbero ad Aquileja, ora, dico, quale in¬ dizio legittima mai l’ipotesi d’un tale contagio? La storia non c’ insegna essa che le vie della civiltà han sempre risalite le Alpi, che mai non ne sono scese? Che è impos¬ sibile che dei rozzi montanari, dai costumi primitivi e dagli orizzonti corti, abbian mai portato idee e cose , e quindi linguaggio , a popolazioni dietro cui stavano cit \ quali Como , Milano , Brescia , Trento , Verona , Vicenza , Treviso, Padova, dalle quali erano governate al civile e all’ecclesiastico? Quanto poco quei montanari abbian po¬ tuto influire nel passato sulle contermini valli cisalpine, ce l’insegna il presente. Malgrado il contatto geografico, mal¬ grado i lunghi contatti storici che parecchie di queste ebbero nei tempi moderni coi ladini, non iscorgo, se sor¬ voliamo alla Bregaglia, che all’ Engadina è avvinta da nodi speciali, e da Poschiavo dove qualche voce engadina


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è penetrata , non iscorgo , dico, che il vocabolario alpino abbia in se accolte più voci indubbiamente ladine che non se ne contino sulle dita d’ una mano. Vien perciò spon¬ tanea la domanda di sapere se 1’ anfizona dell’Ascoli non sia da postulare a rovescio; se, considerata la estensione del ladino nel passato , quanto oggidì ne rimane non sia che la sua anfizona; e noi si debba quindi parlare non più di anfizone lombardo-ladina e veneto-ladina, bensì di anfi- zone ladino-lombarda, ladino-veneta.

Alla sua postulazione di un individuo ladino indipen¬ dente 1 Ascoli era stato condotto dalla considerazione di un certo numero di caratteri fonetici che tutti, o almeno i più salienti, ritornano nelle diverse sezioni in cui la La- dinia e stata spartita, e non si ritrovano ne’ dialetti ita¬ liani. Sono poi caratteri che, per attenermi ai capitali tra essi, si ripetono altrove al di là delle Alpi, nei linguaggi di Francia, e costituirebbero quindi un particolar motivo di connessioni ladino-francesi.

Queste connessioni non possono storicamente dichia¬ rarsi che nel presupposto celtico, del quale, in quanto ri¬ guardi i ladini, già abbiamo toccato. Ma esso non vale solo per Ladinia e Francia; vale anche, dove più dove meno intensamente, pure per i dialetti padani, una cospicua sezion dei quali, — la occidentale, — vien anzi globalmente chiamata gallo-italica. Presupposto celtico, diciamo, in quanto e francesi e ladini e padani si contengono, di fronte al latino e per certi suoni, in un identico modo ; e questa identità possiamo nel miglior modo spiegarci dall’identica ma¬ niera con cui una stessa anteriore favella ha reagito sulla fa¬ vella di Eoina. Le isofone naturalmente non coincidono per 1 insieme di tali tatti ; al di qua della linea possou trovarsi insieme galli e cisalpini, e andarne esclusi i reti, o vice¬ versa; la linea può anzi abbracciare e quindi dividere se¬ zioni parziali dell uno o dell’altro tipo. Le (piali dissensioni non sempre riesce di spiegare; dovendosi del resto aver sempre presente che questo delle reazioni etniche è sol¬ tanto uno, se anche tra i più efficaci, dei fattori che de¬ terminano l’evoluzione fonetica. Nè si dimentichino le ra¬ gioni della cronologia, mercè le quali, una comunanza fo-




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netica che si neghi in base alle condizioni di oggi, talvolta può e deve asserirsi per condizioni passate. Lo statuire su tali cose è tra i compiti più delicati e più ardui della glottologia.

Per lumeggiare il problema nostro, sceglierò, non ar¬ bitrariamente, tre delle caratteristiche che più servono a fissare il tipo ladino, e che questo ha del resto in comune colla Francia. Due di esse sono negative, riconoscono cioè che, movendo dal latino, un dato fatto non s’è compiuto ; la terza è positiva, in quanto affermi un’innovazione. Na¬ turalmente i caratteri negativi hanno in sè minor forza probativa, e questa traggono solo dal contrasto tra chi ha e chi non ha innovato. Ma sono in fondo quistioni di priorità cronologica.

Uno di questi fatti negativi, è la conservazione del s finale latino ; fatto importantissimo per ciò cli’esso s’in¬ trecci con un fenomeno morfologico : l’aversi cioè, a seconda che il s rimanga o scompaja, 1’ accusativo o il nominativo latino quale base del plurale neo-latino. Su di che s’im¬ pernia la divisione della Romania in orientale e occiden¬ tale, caratterizzata questa dalla conservazione del -s e dalla prevalenza definitiva dell’accusativo, quella dal -s silente e dal nominativo. L’Italia, s’intende, spetterebbe perciò alla Romania orientale e la Ladinia all’ occidentale.

Sennonché le tracce del -s non mancherebbero alla stessa Italia transappenninica ; o ben più che tracce o succedanei, ma lo stesso -s in carne od ossa era ben vivo, nella 2" per¬ sona singolare del verbo, per grandi tratti della Venezia medievale, e s’ode tuttodì in parti del Piemonte. Più aliena n’è la Lombardia, poiché non mi pare di dovermi preva¬ lere dell’imprecativo vista! ‘ sia tu' de’ milanesi, potendo questo rappresentare una combinazione col pronome tanto antica, che il suo s, come quella delle forinole interroga¬ tive crédi sta o fasta ecc. a Venezia e nel Piemonte, po¬ trebbe ragguagliarsi a quello di festa ecc. (4) ; e meno ancora mi prevarrò dell’ -e o -i, che nella Lombardia orientale e in parte del novarese è la desinenza plurale dei feminili in -a, e il Meyer-Li'tbke riporta ad -us. Ma sicura traccia di un s finale che deve aver risonato in Lombardia fino



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a non ha guari, è Va finale nella stessa categoria di forme in parecchie vallate alpine, dove per le * le porte ’ si dice

  • piarla, ed è un vezzo che si spinge sino al contado di

Lugano, così come nelle stesse valli è -a la desinenza della 2“ persona singolare del verbo : tu canta tu canti. Questo -a soprattutto nella declinazione, non si spiega che dall’uscita - as , col s ammutolito in giorni a noi vicini ; e così andrà verosimilmente spiegato 1’ -a di feminile plur. in qualche varietà della Lunigiana (5) e quello di 2“ pers. singolare in Corsica (6). Un’ altra traccia di s finale conservato, traccia alla quale io non credo ma è tenuta buona dal Meyer-Liibke, avremmo in derivati come il mant. crivlonz , vagliatore, che trova la sua corrispondenza nella serie gri- gione di tessunz tessitore, ecc. (7). Quanto al -s veneziano, l’Asc. (AG i 461) lo riconduce, e si intuisce il perchè storico di tale opinione, al Friuli, cioè al ladino, ma esso ritorna altrove nella Venezia, e, a non voler ammettere, — cosa non affermata nemmeno dall’Ascoli, — che vi sia arrivato dalla capitale, non varrebbe allora la speciale ra¬ gione che certo l’Ascoli ha in mente per questa ; e il Meyer-Liibke alla sua volta ripeterebbe dal retico, cioè dal ladino, quell’-as ohe secondo lui starebbe a base del plurale femminile bergamasco in -e (8) senz’ avvedersi del groviglio di problemi che a una tale spiegazione si connetterebbero, primo quello dell’età della evoluzione da -as ad e : la quale a veder mio dovrebb’essere quanto mai antica, tanto antica che quell’ -e avrebbe ancora avuto tutto il tempo d’andar soggetto alla legge generale della soppressione dell’ -e finale. E così, assai meglio ricondurremo ogni vera traccia del -s nella valle padana prima, in altre parte d’Italia poi, a imo stadio arcaico della lingua nostra, in cui il -s finale si con¬ servava anche tra noi, e nella quale allora pur tra noi vigeva la declinazione coi due casi al plurale; venendone perciò che il criterio discriminativo tra Romania orientale e Romania occidentale, del quale già s’è detto, ci riporti a una fase storica relativamente recente. Certo è che già le antiche scritture di Lombardia nulla più sanno di un s finale. Ma l’Ascoli stesso (AG i 456n), parlando di testi di autori lombardi, che erroneamente si attribuivano al sec.




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duodecimo o alla prima metà del decimoterzo, e che, rico¬ piati nella Venezia, si risentono del linguaggio dei copisti e hanno perciò anche il -n di 2 a singolare, non si peritava di rispondere a chi appunto e giustamente giudicava ve¬ neto quel -s, che trattandosi di cosi antica età veniva meno ogni sicurezza di argomenti critici. Riteneva egli dunque possibile che, un secolo prima di Bonvesin da Riva, a Milano ancora possedessero il-s.

E chiaro perciò che questo del s finale conservato è un tratto molto pallido. Tanto meno probante poi, in quanto il -s pur tra i ladini non ha la stessa resistenza che altrove. Così manca esso assolutamente nella prima plurale, la qual persona nel latino, e quindi in Francia, Spagna e Sardegna, è una delle sedi cospicue del nostro suono; manca quasi sempre, nell’ Engadina almeno, alla finale dei neutri sigma- tici del tipo pectus, tempus, manca in molti avverbi, nella risposta dei latini plus minus (ma sopras. meinz), magis, melius, fovis. — A questo parziale sagrificio del -s va poi paral¬ lelo, quasi a dimostrare che pur su quest’ altro punto non sia possibile un taglio netto tra ladini e italiani, va pa¬ rallelo im parziale riconoscimento dell’ -i di plurale masco¬ lino pur tra i ladini. Il quale troviamo non solo nella se¬ zione orientale e centrale, senza che sia sempre necessario ripeterlo dall’Italia, ma pur ne’ Grigioni, e anzi appunto tra quelli de’ ladini grigioni che più son remoti dall’Italia, nella Sopraselva. Qui, in particolari condizioni sintattiche, s’aveva l’-i finale, e cioè 1’-idei nominativo plurale latino, nell’aggettivo e nel participio, e si conserva tuttodì in modo assoluto nel plurale del partic. dei verbi in -are, corri¬ spondendo dunque purtai al nostro portati. E queste con¬ dizioni dovevan essere pur quelle dell’ Engadina, s’è lecito inferirne dal preziosissimo cimelio ch’è il plur. proci prati i,9 , che dev’essere un *prai rifatto sul giusto sing. prò, e dove non solo abbiamo 1’ -i, grazie alle condizioni arcaiche in cui anche altrove ci si offre il riflesso di questa parola (10), ma pure l ’o diventato o grazie all’ 4 finale ; fenomeno che richiama singolarmente l’alta Italia e più singolarmente ancora le condizioni di Poseliiavo e Bormio.

Poche parole spenderemo intorno al secondo carattere





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negativo. Riguarda esso la conservazione del l di parole quali fiamma, damare, glarea, piemia, ecc., cui nell’italiano corrispondono fiamma, chiamare ghiaja, pieno, ecc. E l’alta Italia va colla lingua letteraria, direi colla lingua di tutta Italia, dove qualche parte dell’Abruzzo non paresse con¬ servare il l [piandò piantare) ; dico ‘ paresse ’ perchè il Merlo ha reso ben probabile che si tratti lì di un pi se¬ condario. Ma nell’alta Italia, i più antichi monumenti della Venezia ancora offrono esclusivamente il l conservato, e nella Lombardia, mi parrebbe eccessivo di considerare come una mera ricostruzione il regioni che antichissimi documenti latini (Ro. xxxv 230) offron quale progenitore del moderno vet/ù. E tra i moderni dialetti della valle padana, quel l è conservato non solo in valli alpine, ma pure in qualche valle bergamasca e bresciana, e ne sono belle tracce negli stessi dialetti cittadini di Bergamo e Brescia (li). Ma circa alle possibili prove che il l sia stato sagrificato di recente pure in territori della Lombardia occidentale, dove il nostro l è da secoli tenacemente ricusato, valgano forse i nomi sviz¬ zeri per Chiavenna, Monte-Piottino e Biasca, che sono Cleven, Piatirei’ e Ablentsch (12). Il primo può veramente essere stato trasmesso dai romanci, così come essi hanno a noi trasmesso il nome di Oìarona per Glaris ; e d’altronde il passaggio attraverso il Settimo è ben antico ; ma gli altri mi pajon proprio dovuti ai contatti diretti tra i tedeschi della valle della Reuss e i lombardi della valle del Ticino; i quali contatti non poterono raggiungere una qualche im¬ portanza se non dopo che, coll’aver gettato un ponte sulla Sohòllenen, il passaggio del Gottardo fu reso possibile ; e il ponte daterebbe, secondo Carlo Mayer (13), dai primi decenni del sec. xn, secondo altri da un secolo più tardi. In quel tempo dunque, i tedeschi udirono Platino, Ablmca, e in tal forma se n’appropriarono e conservarono i nomi. Del resto, son da richiamare per i nostri nessi, le considerazioni d’ordine generale, cronologico e storico, che si son fatte per il s finale.

E veniamo al terzo carattere, quello positivo o inno¬ vativo. In Francia e tra i ladini, le forinole latine ca e ga si alterano col sostituire alla gutturale una palatale, la quale



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può poi, così in Francia, far posto a una sibilante. È questo il fenomeno fonetico per cui di fronte al lat. campus , all’it. campo , si hanno il lad. Camp (kjamp ), il frane, champ. Ad esso partecipano largamente le valli alpine lombarde, soprattutto nel tratto che va dal Sempione allo Spluga; e si discende con esso sino alle prime prealpi, riuscendoci ancora di constatarlo, sul Lago Maggiore, nella Valle Ve- dasca e nella opposta Valle Canobbina. L’Ascoli ne traeva un gran conforto per la sua anfizona lombardo-ladina. Ma del fenomeno manca proprio ogni traccia ne’ dialetti della pianura padana? Per il Piemonte, le cui alte valli, qua franco-provenzali là provenzaleggianti, gli rappresentan quello che a noi e ai veneti i ladini, vi sono esempi cal¬ zanti, già rilevati dall’ Ascoli (AG- n 128 n), ai quali sarà da aggiungere, come caso difficilmente spiegabile per altra via, il verbo cupè coricare (14). Per la Venezia, antichi do¬ cumenti (v. AG i 450, 403) ci conservano un curiosissimo cian cane (15) che non vedo come spiegare, dove non lo considerassimo come un vero gonfalone non già ladino, ma veneto-ladino, e al quale accresce forza la considerazione, che pure in valli lombarde, dalle quali il fenomeno sta ritirandosi, tra i due o tre superstiti, si annoveri il riflesso di canis. Per la Lombardia, una prova capitale viene dalla Sicilia, e ce la fornisce la storia. Sono laggiù, a S. Fratello, Piazza Armerina, Novara e in qualche altro comune, delle popolazioni che i siciliani chiamano 1 lom¬ barde ’ attribuendo certo a questo patronimico il suo senso medievale di 1 italiano cisappennino ’, ma che noi potrem chiamare lombarde anche nel senso attuale della parola. Sono genti nostre emigrate verso l’Etna in età medievale non certa, ma anteriore senza dubbio di qualche secolo al primo apparire d’una letteratura lombarda. Parlano un linguaggio gallo-italico, cioè * lombardo ’ nel senso antico, che prima, male interpretati certi passi degli storici o tratte da queste illazioni eccessive, si credeva monferrino, ma che poi, ridotta la quistione, in mancanza d’altri elementi, a un puro problema linguistico, è stato identificato, soprat¬ tutto per la varietà di S. Fratello, col dialetto lombardo, e più precisamente con quello di un settore alpino che cor-



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risponderebbe all’alto novarese e al ticinese d’occidente (16). Ma potremo noi rassegnarci a credere che da quelle sole valli, così poco popolate, sia uscita l’emigrazione siciliana? E non varrà meglio di pensare che e le prealpi e la pia¬ nura corrispondente a quel settore alpino fossero, e in prima linea, della partita? Ora, S. Fratello altera la for¬ inola cci secondo il vezzo ladino. E se il Meyer-Lubke (17), quando ancora credeva all’origine monferrina dei lombardi dell’ isola, non esitava a decidere che il kja di S. Fratello provava per un hja dell’antico Monferrato, collo stesso di¬ ritto sentenzieremo noi ora che esso provi per un kja ( f:a ) lombardo molto diffuso già oltre i suoi limiti attuali. E saremmo cosi a un tratto fonetico la cui isofona avrebbe già compreso, oltre a Francia e Ladinia, una parte almeno della bassa valle padana. Del resto, secondo l’Ascoli, stret¬ tamente connesso col fenomeno nostro è quello del -gru- intervocalico, primario o secondario, eh’è risolto allo stesso modo nella Ladinia, in Francia e nel Piemonte, nel modo die si vede nell’esempio Iter, piem. liéy eng. Iter, legare. Ora, analoghe forme sono ancora conservate nei lessici lombardi, e il Monti ci dà liam legame, per il contado di Como, il Cherubini teja baccello, da théca (REW 8699', spiarda mostra, parata ( mètt in ,s/>- mettere in mostra), che presuppone uno spia 1 spiegare ’ ; sorretti ai quali esempi, crederemo meglio che Brianza stia per Briganza (cfr. il lugan. Breganzona, ch’è Brianzona in documenti antichi) dal celt. Brigantìon. Alla eventuale obiezione poi, che le vecchie scritture lombarde nulla mostrin sapere di tali al¬ terazioni delle gutturali, è facile rispondere, da chi ha pratica di tali fatture, ch’esse più si studiano di velare che non di rivelare molti fenomeni del dialetto, sulla cui base sono edificate, e che del resto, esse, e più ancora i loro manoscritti, compajono in età relativamente tarda.

Ci siamo fin qui industriati, non senza speranza d’es- servi riusciti, a scuotere la prove che, a contrapporre l’uno all altro ladino ed italiano, si solevano trarre da certi carat¬ teri fonetici. Rimane ora da assolvere un altro compito : di stabilire cioè, all’infuori delle note comunanze gallo- reto-padano, dei fatti in cui ladino (e qui m’attengo al




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ladino grigione) e italiano particolarmente consentano limi¬ tando il discorso, come la discrezione vuole, a pochi fatti.

E, cominciando dalla fonetica, richiamerò 1’ -di dei participi, che già per altra ragione ci preoccupava. Ora queir-di, o un suo succedaneo, si nota in tutti i dialetti del Ticino e dell’ Ossola e giù giù per altre valli del Lago Maggiore e oltre, sino al Canavese ( 18). E al plur. -di va pa¬ rallelo un sing. -du, che o schietto come nella Sopraselva, o chiuso in un monottongo, come nell’ Engadina, si riode in tante valli cisalpine, e s’udiva persino nel territorio pavese (19). E cospicuo fenomeno soprasilvano che le formule toniche H e di volgano la dentale in una palatina, e si dica, p. es. visSi vestire fjis dì. L’uguale evoluzione ritorna, tra noi, in Valle Cavargna, tra il Ceresio e il Lario. E lo stesso trattamento subisce del resto un -ti finale atono, col che siam richiamati soprattutto alla Lombardia orien¬ tale, ma anche, per certi esempi, alla occidentale. — Lo stesso dialetto di Sopraselva sagrifica. la seconda conso¬ nante dei nessi finali il cui primo elemento sia una nasale o un 1 , in casi cioè come sono nella Valle del Ticino pun ponte, cdm campo (20), che non vanno confusi coi frane. pont champ (pò 4à) che dipendono da una norma ben più comprensiva e propria di quella lingua. — Nel trattamento del nesso latino et di parole come factus , i Grigioni se¬ guono una doppia via. La Sopraselva va colla Lombardia (e più oltre colla Provenza e colla Spagna) riducendo il nesso a S (lomb. c), onde tectum vi è leS. Ma l’Engadina, in accordo colla Ladinia centrale e orientale, ha la risoluzione più specificamente italiana, la quale già s'incontra a Brescia, nella Venezia e nell’ Emilia, e adopera tet (21). — Nella risoluzione di un è iniziale o di un c risultante dalle for¬ mule tj e cj del latino volgare, la Ladinia va coll’ Italia, dicendo, p. es., cient cento, brac braccio. E così adoperano del resto già a Bormio, e, in altra direzione, nell’Ossola e nella Valsesia. — Il s impuro è pronunciato ne’ Grigioni come s, precisamente come in molte valli cisalpine e prealpine, giù giù sino a Como e al Lago d’Orta. E s’in¬ ganna il Meyer-Lùbke parlando di influenze retiche, e ad¬ dirittura vaneggia accampando la possibilità di influssi ger¬ manici (22).




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I quali fatti, cui altri se ne possono facilmente aggiun¬ gere , controbilanciano ad esuberanza qualche consenso speciale coi parlari di Francia, come quello certo assai notevole che consiste nella risoluzione per una gutturale del¬ l’elemento consonante de’ dittonghi discendenti, fenomeno per cui andrebbero accomunati Grigioni e franco-proven¬ zale (23).

Nella flessione del nome e del verbo ricorderò tre eloquentissimi consensi de’ Grigioni coll’Italia, che già l’Ascoli (vii 440, 472) poneva in evidenza. Il primo stà nell’ aversi dappertutto l’articolo nella forma di il (AG vii 445 n). Il secondo nella conservazione ed amplificazione dell’antico plurale neutro, onde sorgono i tipi le braccia, il collettivo la legna , ecc., cui s’associano, divenuto ormai Va un esponente di collettivo, dei mascolini {le dita, la frutta). Il terzo riguarda il comune possesso del perfetto in -ette (it. godette, sopr. parne'tt prese), dove è in primo luogo da accennare alla connessione col bergamasco meno recente, combinata d’ altronde col -c (-£) nella l a persona, che sorge nei Grigioni e a Bergamo per virtù d’ un pro¬ cesso fonetico or ora ricordato, e per cui si ha tolèc, quasi ‘ toletti ’, io tolsi (24). E, sempre nel verbo, è da rilevare pure il consenso tra Italia e Grigioni nel possedere i par¬ ticipi accorciati dal tipo ‘ trovo ’ per ‘ trovato \ ecc. (25) ; come pure l’esprimersi il passivo mercè la perifrasi di ‘ venire ’ unito al participio passato (26). Uno speciale accordo ladino-alto italiano è poi fornito dai participi 1 stato ’ ‘ dato ’ che si modellano su 1 fatto ’ (27) ; e, in altro campo, si segnala il comune possesso di mi ti si quali pronomi personali enfatici di caso oggetto (v. Roman. Forschungen xxvn 466-70).

Singolari e numerose sono le coincidenze nei suffissi di derivazione. Solo i Grigioni e l’Italia estendono alla 1“ con- jugazione il suffisso -Ibilis, avendosene aggettivi come ca- rezzeivel carezzevole, blasmeivel biasimevole (28) ; e comune è lor pure il suffisso -ùccio (29). Così come è comune a Gri¬ gioni e alta Italia un peggiorativo in -taccio (80). I Gri¬ gioni e qualche varietà lombarda s’accordano nel possedere il suffisso -itate in forma popolare (31). C’è un suffisso








LACINIA E ITALIA


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p e ggi° ra tivo in nomi per lo più astratti, ch’è specifico dei Grigioni e di varietà lombarde e si riode in Piemonte : è il suffisso del sopras. calavéha cattiveria, cui corrisponde cativonia nell’ ant. lombardo, il suffisso degli engad. striali stregheria, sopras, malmundé't sporcizia, dei lomb. marèa malefatta, vacò! porcheria, diavulòli diavoleria, raccolti gli ultimi su quel di Luino, dei piem. muscoli raggiro, raucyha raucedine (32). Già, parlando delle tracce del -s in Lom¬ bardia, abbiamo ricordato quel curioso suffisso -om di crivlonz vagliatore, fllónza filatrice, eh’ è grigione e si ritrova di quà, se anche in un limitato numero d’ esempi, a Brescia, Cremona, Mantova, Parma (33). Nel verbo, è caratteristico pei Grigioni, un suffisso causativo in -entar (34), per cui p. es. da pirir, perire, si trae pirentar far perire. Consimili esempi occorrono pure nelle valli lombardo¬ alpine (35), e ritornan del resto allo stesso principio, i ven. tasentar racchetare, sentar, cioè *sedentar , sedere, l’it. addormentare (3G). Nell’ aggettivo, occorrono superlativi ottenuti mercè la reiterazione dell’aggettivo, aumentato il secondo termine d’un suffisso; combinandosi cosi bene gli engad. nof nomini, niid nudami, bluot blutitsch nudissimo, mort mortitscli coi nostrali nof nuvent, vif vivis vivo vivis¬ simo (37). E si ha auche sul sule't, solo soletto, da cui forse è tratto il semplice sulet solo ; per quanto l’identico diminutivo (ma allora con isfumature che lo fanno un po’ diverso da solo ) ritorni in Italia, Francia e altrove.

Con questa parola siam penetrati nel dominio del vocabolario. E qui più che mai rifulge la strettissima con¬ nivenza tra italiano e ladino. Si trattasse di soli accatti che i ladini hanno fatti in Italia, non insisterei troppo su tale materia. Poiché i linguisti c’insegnano che ciò che in una lingua importa, è la struttura generale, l’intelajatura, il modo come le parole vengono inquadrate. Queste pos¬ sono giungere in molta parte, nella maggior parte, dal di fuori, senza che il carattere generale e fondamentale della lingua ne vada turbato. E citano, come esempi, l’inglese che rimane una lingua germanica malgrado la forte immis¬ sione di parole francesi : l’albanese, che si considera una lingua indo-europea a se stante, se anche i vocaboli gli




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vengano in moltissima parte dal latino ; il persiano con¬ servatosi iranico ed indo-europeo, a dispetto dell’irruzione semitica nel suo vocabolario. E stà bene. Ma lo stretto le¬ game che nell’ ordine lessicale avvince l’una all’altra Italia e Ladinia, non è costituito solo dal rapporto che intercede tra chi dà, nel caso nostro l’Italia, e chi riceve, ma anche e in primo luogo dall’ essere l’una e 1’ altra coeredi d’ uno stesso patrimonio. E le parole dipendenti da questa comu¬ nanza non potrebbero non contare assaissimo nel giudizio intorno alla cognazione linguistica. Sennonché, non è sempre agevol cosa lo scernere tra ciò ch’è prestito e ciò ch’è ereditato in comunella. Onde tollerino i cortesi uditori che chiarisca loro le cose, premettendo che quanto io verrò esponendo, limitandomi ai Grigioni, può applicarsi a fortiori e mutatis mutandis (eoll’eliminare p. es. i lombardismi, e riconoscere in proporzioni straordinariamente maggiori i venetismi nella sezione orientale, i venetismi e trentinismi nella centrale) al vocabolario della rimanente Ladinia (38). Sono dunque quanto mai copiosi nel lessico grigione gli italia¬ nismi, venutivi per vie parecchie. Il vocabolario engadi- nese del Pallioppi, il più ricco tra i lessici grigioni, ne rigurgita e, supposto pure il carattere occazionale o indi¬ viduale di im certo numero, di un gran numero di essi, il complesso delle voci italiane stabilitesi saldamente in Engadina rappresenta pur sempre una quantità riguar- devolissima. E sono lombardismi giustificati ampiamente dai contatti geografici, meno dal dominio grigione sulla Valtellina e su Chiavenna ; venetismi spiegati dalle strette relazioni politiche colla Serenissima, promotrici d’una larga migrazione dall’ Alpi a Venezia (39) ; toscanismi e altro portati dai pasticcieri e caffettieri grigioni sparsi un po’ dappertutto nella penisola; italianismi venuti dalla lettera¬ tura, come scarafaggio, scopo , spago, capace , e tanti altri. Queste voci italiane sono talvolta, come appunto le ricor¬ date, crude e sguajate, rivelano cioè subito la loro origine, in quanto non ci sia stato nessuno sforzo per piegarle più o meno alla fonetica indigena. Talora vi ha un adattamento parziale, come p. es. in tragant , che, soppressa la vocal finale, assume per questo solo un’aria più casalinga. Talora


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si va molto più in là, così appunto nella corrispondenza soprasilvana di tragant, che suona lardoni e ha tutto l’aspetto d’una voce indigena (40). Ora, quando l’adattamento è a tal punto, e non soccorra nessun criterio estrinseco, — come sarebbe, nel caso nostro, il paragone con tragant tanto alieno, dato il suo etimo, dalla fonetica engadina, — quando le cose così stanno, come si fa a decidere se una data voce, propria a transalpini e cisalpini, sia accattata, o spetti invece all’asse ereditario comune? I prestiti che l’Italia ha fatti alle popolazioni alpine non sono solo d’oggi, di ieri, di tre o quattro secoli fa. Gl’influssi cismontani ci riportano su su nei secoli fino ai tempi di Roma, domina¬ trice comune, a quando cioè non si può più parlare di prestiti dell’Italia alla Rezia se non nel senso di voci che la gran madre Roma mandava colla sua civiltà a cisalpini a reti, a galli, a tutti che aveva avvinti alla propria for¬ tuna. — Ma comunque cada il giudizio su tali voci, — e, per far le cose equamente e alla buona, assegniamone pure una metà ai prestiti e 1’ altra all’ asse ereditario, — questo rimane in ogni modo fermo : che è valanga la massa di voci, dove i Grigioni esclusivamente consentono o coll’Italia presa nel suo insieme, o colla sola alta Italia, o colla sola Lombardia, o coi soli dialetti alpini di Lom¬ bardia. L’ allegare esempi, in misura da dare una visione concreta di ciò che qui è affermato, vorrebbe troppo tempo ; e debbo perciò chiedere che mi si creda su parola, nell’ attesa di un lavoro speciale eh’ è mio proposito di stendere su tale assunto (41). Ma intanto, si può gettare uno sguardo sull’ anche per questo verso assai lacunoso Vocabolario etimologico romanzo del Meyer-Liìbke e riscon¬ trarvi i molti articoli, nei quali coinpajon solo Italia e Ladinia, o quelli in cui queste fanno da sè per qualche singolarità di forma o di significato. — E l’evidenza di questa solidarietà lessicale risalterà tanto più, chi, quasi a controprova, affronti la quistione delle comunanze tra Grigioni e quella tra le favelle neo-latine che, dopo l’ita¬ liana, entra nella gara, cioè la francese. Se si tolgono i gallicismi che quelli hanno come noi, se si prescinde dalle voci comuni a tutta la Romania, voci cioè come pane ,





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vino, morire , vivere e tante altre, se si prescinde da quelle comuni a Grigioni, alta Italia e Francia (42), se, coni’ e giusto in un confronto come il nostro, si pongon da banda queste parole, cosa rimane di specificamente ladino-francese (43)? Non molto di più, pur aggiungendovi quel poco che i Grigioni hanno in comune coi dialetti così detti franco- provenzali, che il tipo * solida per sole (REW 8067), che friul. là andare, paragonato col frane, aller ib. 412, brut eng. briit frane, bru ib. 1345 ; sopr. baseina-a.fr. besaine arnia ib. 1058, eng. invlidar e frane, oublier ib. 6015, aeng. suldan solitario e afranc. soutain prov. soldan ib. 8070; or e hors ib. 3431 (44); sopr. curnaigl (masc.) e frane, corneille ib. 2238, dove in Italia s’ha cornacchia ib., grig. sum- briva ombra e fr. sombre ib. 8405 (45), engad. savrer frane. sevrer svezzare (46) ib. 7826, dizól incubo ib. 2809 (47). Quanto spiccano, di fronte a questa serie, gli esempi in cui vi ha consenso, — a prescindere sempre dalle concor¬ danze padane, lombarde e lombardo-alpine, — tra italiano in genere o tra toscano e ladino (48), e sono voci come bab- babbo , plaiv-pieve REW 6591, mail-meìo ib. 5272, iija-uva (frc. raisin ) ib. 9104, zeta-zucca ib. 2369, chuschina (valmon.) -susina ib. 8483, serp-,serpe ib. 7855.2, asciolvere-ansolver colazione (49), giavrina-capruggine Misceli. Ascoli 87, truspin- trespino (50), spait-spago di cui v. però qui indietro, emda- e'dima REW 4090, stantìv-stantio, destadar-destare ZRPh. xxxiv 390, caricar fave] lare-cianciare, ait. scrignare- bas- seng. «m’nnr-schermire REW 7998, RILomb. xux 1053 ; ucé-uccello (per il c risp. cc) REW 828, parniza-pernice (per il n) ib. 6404, asopr. sliCar (AG vii 166) -ait. astet- tare aspettare REW 3039. 3, sopr. filar davent-tosc. telar via ; stoma-stanza camera ib. 8231 ; migliah-mucchio (51), staflunar spingere cacciare-staffi lare, stumpler urtare-spin- gere (52) ib. 3048, cazzar durare-coccmfo, stiizzer spegnere- rintuzzare , ecc. (53) ! — Davanti ai quali fatti, le stesse consonanze ladino-cisalpino-francesi saranno primamente da concepire come consonanze ladino-cisalpine piuttosto che come ladino-francesi, vale a dire : il ladino partecipa della compagnia in quanto vi partecipi 1’ alta Italia (54).

Particolari consensi si hanno pure nella sintassi, per




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quanto sia questo un campo in cui gli influssi esotici si attuano con particolar facilità. Ma non saranno tutti imi¬ tazioni italiane, bensì in parte accordi primordiali, i diversi fatti sintattici in cui vanno insieme Italia e Grigioni e che si possono vedere nella monografia sintattica del Hutschen- reuther (Rom. Forscli. xxvii 376 sgg.). Qui ricorderò, quali consensi coll’alta Italia, il se che nel riflessivo ritorna per ogni persona (AG vii 455 ; e lomb. se pentiti mi pento, te se pentiqet ti penti, se pentì vi pentite), e la frequenza dell’ espressione pronominale proclitica o enclitica per cui 1’ engadinese u gareggia co’ più snelli dialetti gallo-italici o li supera ” (AG vii 453-4).

Alpino-lombardi, alpino-tridentini, alpino-veneti chia¬ meremo dunque i dialetti ladini, individuati dal concorrere in essi tratti indigeni, come ne ha e ne deve avere ogni parlata, combinati con quelli di vicini dialetti, come sareb¬ bero pe’ Grigioni i franco-provenzali, ma soprattutto con caratteri anche attuali ma per lo più arcaici, e lassù per ragioni ovvie conservati, dei dialetti che s’ affaccian loro da mezzogiorno. Alla quale miscela vanno purtroppo ag¬ giunti, ne’ Grigioni come nelle valli ladino-centrali che stanno intorno al gruppo del Sella, i copiosi elementi tedeschi.

Sì, il tedesco non solo va ristringendo ogni giorno più il dominio geografico del ladino grigione, ma dissolve questo anche intimamente (55). Ed è dagli effetti di questo dissolvimento che risulta il maggiore motivo di distinzione tra Grigioni e noi, motivo che del resto aggrava ed acuisce pur le differenze loro dai ladini delle altre sezioni ; poiché da una parte il Friuli va pressocchè immune dalla gramigna, e le parlate tridentino-occidentali non hanno suppergiù più tedeschismi che non ne abbiano gli stessi dialetti italiani a loro contermini ; dall’ altra, le parlate intorno al Sella, sono certo infette anch’ esse, ma i loro tedeschismi, lessi¬ cali e sintattici, coincidon solo in parte con quelli grigioni e li traggon d’altronde da altre varietà dialettali tedesche che non questi, e hanno perciò aspetto diverso.


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Dalla riduzione geografica della lor lingua (55 a), dalla pervasione intima sua, per opera dei tedeschi, dall’ una e dall’ altra forma di penetrazione, potranno i ladini mai salvarsi ? Per quant’è dei ladini del Sella, alla lor sa¬ lute stanno provvedendo le armi d’Italia, e ho la profonda fede che condurranno l’opera a buon fine. I pronostici sa¬ rebbero altrimenti ben cattivi ; visto che, oltre agli agenti di per sè fatali ad un popolo geograficamente cosi situato e politi¬ camente sommesso ai tedeschi, l’Austria, la cui vigile preoc¬ cupazione per i suoi ladini ci è stata rivelata dal Salandra, s’adopera a tutt’ uomo per intedescarli ; e ancora negli ultimi anni, nella Gardena e nella Gadera, ha bandito definitiva¬ mente dalla scuola l’italiano, riducendo l’istruzione elemen¬ tare, da trilingue che era, a tedesca, tollerando il ladino solo nella l.“ classe, avendone bisogno, per avviare, mercè di esso, i ragazzi all’apprendimento del tedesco. Unico ba¬ luardo della ladinità e dell’italianità rimane lassù la chiesa la quale però anch’essa non sempre può sottrarsi alle pressioni dell’ autorità tedesca.

Ne’ Grigioni, dove lo stato, tedesco, non perseguita volutamente il ladino, la salvezza del loro territorio e della lor lingua dipende, in una certa misura, dai ladini stessi. Ma siccome per salvarsi primo requisito è la volontà di salvarsi, così giova anzitutto chiederci se questa volontà ci sia. E ne può veramente dubitare chi sa della generale indifferenza in mezzo alla quale si compie il dilagare del tedesco, chi anzi sa che 1’ avvento di questo è desiderato, favorito dai ladini stessi, i quali spontaneamente fanno nelle loro scuole un largo posto al tedesco ; sa che geni¬ tori, ancora ladini essi stessi, parlano soltanto tedesco coi loro figliuoli, perchè l’apprendimento di questo riesca loro in seguito più facile ; sa che i vantaggi pratici del tedesco son costantemente posti in rilievo, e che insomma i ladini sono troppo persuasi che l’uomo non vive di solo spirito. Da qui allo spregio che, per attestazione dei loro scrittori stessi, essi nutrono per il loro umile linguaggio, è breve il passo.




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Pure un movimento in favore della lor lingua è surto nelle valli. Uomini colti, studenti, signore riconoscono di dover far qualcosa per salvare quant’ è ancor salvabile. La simpatia che per tali propositi erompe legittima dai cuori latini, non deve però eccessivamente illuderli sui risultati. Tra gli egregi ladini che o dirigono il movimento o sim¬ patizzano con esso, ve n’ ha che ancora teste hanno candida¬ mente affidato a un dottor tedesco l’incarico di ricodifi- eare loro la lingua, e se ne ripromettono mirabilia ; uomini che considerano alla stessa stregua, nè rapporti colla lor lingua, tedesco e italiano e anzi fanno miglior viso a quello ; uomini che la supina dedizione al tedesco considerano pari agli scambi intellettuali, che senza nessun sagrificio della reciproca dignità e indipendenza, avvengono tra popolo e popolo, quindi come un beneficio ; che mentre fraternizzano, ne’ simposi della latinità, coi lontani catalani e proven¬ zali, non s’accorgono della vicina Italia; che, pur incom¬ bendo sulla loro favella la minaccia di morte, non sanno decidersi per 1’ uno o 1’ altro dei loro dialetti qual lingua letteraria comune, e scrivono e battagliano chi in engadinese chi in soprasilvano. E di questi intellettuali il vigoroso prof. P. Tuor, il quale, postasi la domanda di sapere a quale lingua debbano i romanci attaccarsi, in linea subordinata, per render più perfetta la loro civiltà, cosi risponde : « la domanda è discutibile solo in teoria, nella pratica, la risposta non può far dubbio. Essa è già stata data, e crediamo de¬ finitivamente, fin da parecchi secoli. Le sorti son già ca¬ dute, e, ci garbi o meno, non dalla parte verso cui il cuore propenderebbe. Quando l’impero franco andò diviso tra i figli di Lodovico il Pio, la Rezia venne assegnata alla Germania, per restare con questa uniia sino al raggiungi¬ mento della sua piena indipendenza politica. Nello stesso tempo, il vescovado di Coira veniva staccato da Milano e fatto suffraganeo di Magonza. Dagli anni 842-8 data dunque la decisione. Da allora in poi lo spirito tedesco ha avuto ne’ Grigioni un soppravvento assoluto, nella vita politica come ne’ rapporti religiosi, nel diritto come nella vita so¬ ciale. I termini del mondo latino, prima piantati lungo il Danubio, sono stati così rimossi e trasportati sul filo dei



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nostri monti. Dal M. E. sino ad oggi, 1’ egemonia tedesca è andata accentuandosi d’ anno in anno nelle nostre valli, e mai è stata meno contestata che appunto oggi. Le nostre valli s’aprono verso il settentrione o quantomeno sono ad esso unite dai migliori mezzi di comunicazione. Nella nostra vita politica federale e cantonale prevalgono i tedeschi, che sono la grande maggioranza del popolo svizzero e la buona metà del popolo grigione. Tedesca è la nostra scuola, salva l’elementare che manteniamo non senza fatica. Tedesche le scuole tecniche, commerciali, industriali, le scuole nor¬ mali e il seminario ; noi frequentiamo quasi soltanto gin¬ nasi tedeschi. e compiamo la nostra istruzione in

università tedesche. Dalla Svizzera tedesca, inoltre, ci viene l’impulso a quella vita industrialo e commerciale che tra¬ sforma i nostri villaggi e valli. Tedesco ci tocca parlare per concorrere ad ogni più piccolo impiego, per progre¬ dire nei gradi militari, anzi persino per comprare e ven¬ dere. Non la forza, non la costituzione, non le leggi ci tra¬ scinano verso l’intedescamento, bensì le relazioni econo¬ miche ed intellettuali, le quali noi dobbiamo assecondare volenti o nolenti, se non vogliamo soffrirne noi stessi il danno ».

Davanti a tali parole non ci rimarrebbe che da into¬ nare sui ladini il De profundis ; non senza stupirci insieme, però, che il Tuor e chi con lui consente, stimino utile di muovere un sol dito per dar di cozzo, e sia pure con mo¬ deste pretese, nelle fata.

Ma come nell’ individuo moribondo più energico che mai insorge l’istinto della vita, così è di un popolo. Ed è questo inconscio istinto che guida le mosse di uomini ap¬ parentemente rassegnati come il ladino Tuor. Con essi vai la pena di conversare delle cose loro in questi giorni, dove un altro trattato di Verdun stà maturando, e dove all’ Italia è forse riservata ima tale ascensione civile e mo¬ rale da fugare, come il vento la nebbia, le prevenzioni che contro di essa son tenaci pur tra i ladini, partecipi anche in ciò di giudizi e pregiudizi germanici.

Se non che, l’istinto di vivere non basta. Bisogna ch’esso si concreti in una volontà cosciente e ferma, che




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non si gingilli co’ pannicelli caldi, non paventi nessun mezzo che conduca allo scopo, si porsuada che la forinola 1 nè italiani nè tedeschi ’ è già, nelle speciali contingenze grigioni, una grande vittoria tedesca. Di ciò debbono con¬ vincersi gli intellettuali ladini, se il loro desiderio di con¬ servar la loro favella, e anzi di prepararle migliori sorti, non è meramente platonico, una sentimentalità vaga e innocua; se voglion conservarla altrimenti che come una curiosità da museo, o, poiché si tratta di viventi e di valli alpine, altrimenti che come S. M. conserva gli stambecchi nelle riserve aostane.

Ora, da studiosi italiani (56), cui stanno a cuore i ladini, è partito in questi ultimi anni verso le Alpi un monito, questo monito : che la sola via di salute pei ladini sia quella di un deciso orientamento della lora cultura verso l’Italia ; che alla civiltà tedesca, alla letteratura tedesca, in terre ladine, dove il tedesco è la vera e propria lingua letteraria, dove la letteratura locale è traduzione dal tedesco, è copia di modelli tedeschi, siano da opporre una civiltà e una letteratura che reggano 'al confronto ; che questa civiltà e letteratura, li, ai confini d’Italia, in paesi idiomaticamente tanto affini all’Italia e dove l’italiano è, se non letto, capito e parlato da tanti e tanti, non potrebbe non essere l’italiana (49) ; che strumento della nuova orientazione dovesse essere in primo luogo la scuola.

La proposta quasi indignò i ladini, anche perchè sotto di essa fiutaron mire politiche, anzi irredentiste. Conosco molto intimamente uno dei professori italiani che hanno messo parola nella polemica, e per questi potrei mettere la mano sul fuoco. Quanto al prof. Giorgio Del Vecchio, ch’è l’interlocutore principale di parte nostra e al quale avrei solo da rimproverare che in qualche sua pro¬ posta trascuri un po’ la psiche grigione e svizzera, non mi par proprio che dalle sue righe tralucan ‘propositi men che onesti, e alla sua rettitudine e sapienza ha del resto reso pubblico omaggio un grande ladino, molto benemerito della sua piccola nazione, l’operoso e teste scomparso prof. C. Decurtins. In ogni modo, la consistenza o incon¬ sistenza delle ragioni va discussa con altri mezzi che non




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siano delle suspicioni, atte solo ad intorbidare la contro¬ versia. Nè vorremmo dire che migliori argomenti non sieno stati opposti, garbatamente, onestamente, eloquen¬ temente opposti, non solo dal Tuor ma e da Pietro Lansel, gentile poeta ladino, il cui articolo si raccomanda a noi anche per la ricchezza dell’ informazione. Ai quali ha fatto eco dalla Svizzera francese il valoroso letterato G. de Reynold. Tra le loro ragioni, gli intellettuali ladini addu¬ cono imprima che se anche a loro piacesse di propugnare l’adozione dell’italiano nella scuola, troverebbero nel popolo, — in quel popolo che apre tanto volentieri le braccia a tutto ch’è tedesco, — un’avversione invincibile. Se essi lo dicono, sarà. Ma quella che chiamiam classe colta e dirigente c'è appunto, anche in una evolutissima democi’azia, per guidare, non per essere guidata ; per consigliare il meglio, per avviarvi saggiamente e coi dovuti riguardi la massa, non per darla senz’ altro vinta ai ciechi istinti di questa. Oppongono anche che introdurre l’italiano sarebbe per essi un cadere dalla padella nella brace, cioè sfuggire alla jattura del tedesco, per cadere in quella dell’ italiano, da loro verosimilmente ritenuta assai più grave (57). Ora è strano, ed insieme quanto mai sintomatico per la mentalità grigione, che si pongano su d’un piede di parità una lingua neolatina strettamente legata al ladino e il tedesco, l’omo¬ geneo e l’eterogeneo, il fratello e l’estraneo. Ma lasciamo stare ; e riconosciamo invece volentieri che dell’ italiano, divenuto l’elemento preponderante della coltura ladina, non potrebbe non risentirsi la favella indigena. Ma il bene, in tale azione, prevarrebbe di gran lunga al male (58), poiché l’influsso italiano avrebbe per primo e necessario effetto di espurgare il ladino da lina massa di tedeschismi inutili, immessi dallo snob, dall’asineria, dalla smania di ingra¬ ziarsi il forestiero. L’italiano farebbe casa netta, affinerebbe e renderebbe più sicuro ai ladini il senso della parlata lor propria, ricondurrebbe questa alla dignità delle proprie origini, farebbe il ladino più latino. Questo riconosceva esplicitamente il Decurtins quando, pur respingendo l’idea dell’italiano qual lingua della scuola, scriveva : “ la cono¬ scenza dell’italiano e della sua letteratura sarebbe un modo



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magnifico di far conoscere ai nostri giovani studiosi lo spirito latino e tutto ciò eh’ è proprio e caratteristico nei linguaggi latini. Aperto una volta l’orecchio alla bellezza dell’espressione italiana, non dubitiam punto che avverti¬ rebbero molto meglio ciò ch’ò indigeno e romancio, e si libererebbero sempre più dalla sintassi tedesca che pesa come un incubo sulla lingua dei romanci studiosi „ (58 a). Nè temano i ladini che l’ italiano soppianti mai il loro lin¬ guaggio quotidiano , la loro letteratura spicciola d’ uso e consumo locale (59). Non è vero, come objettano, che il friulano, cioè il ladino orientale, abbia una men vigorosa vita, ch’esso vada decomponendosi e smarrendo nell’italiano e nel veneto. Se la lenghe furlane par meno estranea al tipo italiano, lo si deve non già a una sopraffazione da parte di questo, bensì al felice incontro che lì il tedesco non ha avuto presa, e non ha così potuto deturpare, come ne’ Grigioni e nell’ alto Adige, le fattezze comuni a ladino e italiano. Se invece il nòneso va facendosi sempre più tridentino, ciò proviene dalle specialissime condizioni di quella valle, dai suoi diuturni strettissimi necessari rapporti con Trento. In nessun paese, del resto, i dialetti sono tanto floridi come in Italia, floridi non solo in quanto parlati, ma anche in quanto scritti. Si può anzi affermare che le letterature dialettali, non esclusa la friulana, non furon mai coltivate con tanto fervore e successo come da quando la comun lingua letteraria, mercè la scuola e i gior¬ nali, s’è tanto diffusa; e han fornito tali scrittori, che, se uno solo di essi fosse toccato per loro ventura ai Grigioni, avrebbe d’ un botto elevato a unica favella letteraria loro quel dialetto di cui si fosse servito. Sarebbe stato il loro Dante. Che se in genere la letteratura dialettale pai- condannata al famigliare, al burlesco, vi hanno pure regioni come la Sardegna, la Sicilia, in una certa misura pure il Piemonte e il Friuli, dove il dialetto serve anche per trattar seriamente di cose serie, è una vei - a lingua letteraria in sottordine. Se tali cose son possibili dentro ai confini politici e geografici del Regno, quanto più oltre i monti, presso un popolo soggetto ad altre leggi, fiero di sè e della sua indipendenza, ricco di tradizioni storiche



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non avvinte all’ Italia, protestante in molta parte, e però sorretto, nella sua fedeltà alla favella nativa, dalla lettura assidua della Bibbia e dalla predica, quella predica che anche in non poche campagne d’Italia, e pure in qualche chiesa cittadina, è sempre fatta in dialetto ! Tutto tutto concorrerebbe nei Grigioni a togliere che la favella indi¬ gena andasse sommersa nell’italiano. Non altrimenti, quei loro casati dei Frizzoni, Ganzoni, tììveroni, Stoppani, Bez- zola, e tanti altri, che nella loro veste ufficiale tradiscono una timida invalenza dell’ italiano letterario (60), suonau sempre nell’uso spicciolo come Frizzun, Gicinzun, Bifruii , Stupaun, Be fuchi a.

S’è or ora respinta l’accusa fatta agli italiani che nelle loro premure per il ladino s’ appiattino mire politiche. Non sarebbe però conforme al vero l’asserire che li abbia mossi il solo dÌ3enteressato amore per i ladini, che insieme non li abbia ispirati una preoccupazione italiana, una preoccu¬ pazione ch’è diversa, se pur possa con essa confondersi, da quella, d'indole più generale, per cui un latino non potrebbe assistere indifferente al naufragio (61) d’una favella latina. Ma è un interesse italiano che possiamo confessare a fronte alta, un interesse eh’ è insieme un grande dovere verso la nazione. È l’interesse che ogni popolo, quindi anche l’ita¬ liano, sotto quale dominazione egli pur viva, deve avere perchè la propria civiltà si diffonda e s’affermi ; si diffonda e s’ afierini dappertutto, ma primamente là dove peculiari circostanze faccian quel dovere più evidente, più preciso, più categorico e insieme più facile da adempiere. Ora, la Svizzera è uno stato plurilingue, il che vuol dire che vi si danno convegno le civiltà che in quelle lingue s’espri¬ mono. E gli svizzeri stessi aman dire di se, quasi anche a giustificazione del loro essere politico, che il loro paese sia come il crogiuolo di tre civiltà diverse, che, fondendosi lì in una sola, danno luogo a una civiltà nuova, la quale poi dovrebb’ essere la civiltà dell’ avvenire. Su di che non mi compete un giudizio. Ma tra quelle civiltà del crogiuolo vi dovrebb’essere anche l’italiana; sull’efficacia della quale nella compagine elvetica, sarà lecita ogni riserva, vista la tenuità numerica e la rassegnata accidia di chi dovrebbe



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rappresentarla e favorirla. Ma se nel Ticino son pochi e tiepidi, la loro solidarietà coi Grigioni non solo accresce¬ rebbe senz’ altro, per il maggior numero, 1’ efficacia degli italiani nella Svizzera, ma più s’accrescerebbe, questa effi¬ cacia, per opera della intraprendenza, della operosità, della tenacia grigioni, le quali virtù fanno si che nella vita elve¬ tica quel cantone ben più conti che la sua consistenza nu¬ merica non comporterebbe. Acquisiti i ladini alla civiltà ita¬ liana, rinvigorita mercè loro l’ efficacia civile e politica de¬ gli italiani della Svizzera, quella forza sarebbe insieme forza italiana. E su quei valichi alpini, la cui sicurezza tanto premeva a Venezia e deve premere a noi, le cui popola¬ zioni Venezia cercava per tutti i modi di tenersi buone, noi avremmo amici fidi, più fidi che non quei trattati, che posson enir considerati carta straccia da coloro stessi che vi hanno messo la firma. Desiderare e promuovere una tale situazione, ciascuno per la propria parte e secondo le proprie speciali mire e contingenze, è diritto è dovere de¬ gl’ italiani d’Elvezia, è diritto è dovere degl’ italiani del Regno.


NOTE

(1) È una verità del resto già asserita da altri. Il trentino dott. Carlo Battisti, libero docente di lingue romanze a Vienna, la affermava a pp. 22-3 del suo articolo su Lingua e dialetti nel Trentino (Trento 1910. Estr. dal periodico Pro cultura I, fase. 3) ; e la teoria traduceva in atto ne’ suoi Testi dialet¬ tali italiani. Parte •prima. Italia settentrionale (Halle a. S., 1914), accogliendo nella sezione veneta i saggi friulani e tri- dentino-orientali , nella lombarda quelli grigioni. — Il dott. Giacomo Jud, dell’ Università di Zurigo, studioso tra i più versati nella materia e di cui è da anni annunciato uno studio su i rapporti lessicali tra ladini e Italia centrale, in un suo lavoro (v. Archiv f. d. Studium d. neueren Spr. cxxvn [1912] 418 n) dice di accogliere 1 intenzionalmente ’ sotto la stessa sigla gli esempi che gli vengono dall’ Italia e dalla Ladinia. Ed è forse da considerare come un commentario di quella ‘in¬ tenzione ’, se un allievo dello stesso Jud, il Herzog, a p. 32 della monografia di cui nella 49“ di queste note, affermi proba-




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bile che le zone italiana e ladina abbiano un giorno costituito un’ unita ; la quale affermazione è pure implicita, e anzi più recisa, nel fatto che, a p. 99, l’esempio ladino corapaja sotto l'insegna di ‘ Italien — All’ affermazione generica del Bat¬ tisti ha ribattuto, in forma pure generica, il molto benemerito dott. Rob. von Pianta, in Annalas della Società Reto-roman- tscha xxix 329-31.

(l a ) Per più particolareggiati ragguagli, v. Pult, in An¬ nalas xxix 153 sgg.

(2) Non mi sarei indotto a rilevare ancora una volta la eccezionale portata dell’ opera creatrice dell’ Ascoli, universal¬ mente riconosciuta, dove non paresse apprezzarla meno ap¬ punto qualche grigione. Il Lansel ricorda il Diez (il cui giudizio pronunciato in Gramm. i 132 sgg. non dovrebbe troppo accon¬ tentarlo) e un pajo di nomi di importanza scientifica asso¬ lutamente subordinata. E quanto all’Ascoli che, come ho detto, mette nel sacco quelli e tutti quanti, se ne riconoscono si i grandissimi meriti, ma si capisce tra le righe eh’ è un rico¬ noscimento a denti stretti e che gli altri al Lansel valgono in fondo di più. E d’altronde, — cosi il Lansel piccinamente si consola, —i meriti dell’Ascoli non son quelli d’un italiano ma d’ un ladino ! Del resto, poiché il Lansel si compiace di porre sulla bilancia italiani e tedeschi nelle loro rispet¬ tive benemerenze in ordine allo studio del ladino grigione, sarebbe stato giusto di rammentare il Padre Flaminio da Sale (Lago d’Iseo) che fu l’autore, nel 1729, della prima gram¬ matica e vocabolario grigioni; e così l’opera recente (1904) del P. Giovanni da Rieti, giustamente ricordate dal Tuor.

(3) Sul modo come l’Ascoli si figurava praticamente i rapporti tra Ladinia e Italia, può arrecar luce pur questo passo (Saggi ladini, 162): u Nè sono scarse le prove d’influsso civile dell’ Italia moderna che dal vocabolario engadinese ci sono offerte. Venti e trent’ anni or sono, avrebbe potuto riu¬ scire facilmente alla civiltà italiana, o per dir meglio agli studj italiani, di avvincere per sempre all’ Italia quella nobile provincia transalpina, laddove oggidì la sovrapposizione in¬ tellettuale della Germania deve ormai dirsi, pure in questa parte, poco meno che compiuta n.

(4) Per 1’ ugual ragione, non attribuiremo importanza al -s della prima parte del composto berg. lòndesdé, tic. lùnezdi, RILomb. xxxix 516, che importa poi la conservazione del -s pure nella parola non composta (piem. lunes , e così màrtes, t/òves).

E ricorderò qui anche il lomb. ponzò ecc., RILomb. xxxix 582 n, ZRPh. xxxviii 29 n, dove interviene * bronzo ’. — Del -s del





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cremon. cantdves -avate eco., v. St. di fil. rom. vii 211; e della possibilità di se = nos, v. ib. 195. Qui sia ricordato pure l'altoit. sovenz che va col sopr. savenz (REW 8363) e che non vedo la ragione di far venire dal francese ; ma dove avremmo, se mai, un antico -s conservatosi per essere stato presto internato. E sarà proprio da sùblnde?

(5) V. Krit. Jahresber. iib. d. Fortschritte d. rom. Philol. iv 177-8.

(6) V. le mie Note córse num. 253.

(7) V. RILornb. xxxix 581, xijv 274 n.

(8) Tentativi di spiegazione di questo -e si leggono in Studi di filol. rom. vii 186-7. E soggiungo qui che a me punto non ripugnerebbe di vedere in esso come il riflesso di un -es, risultante dalla fusione dell’ -ae del nominativo e dall’ -as del- 1 accusativo, il cui -s fosse ammutolito posteriormente alla caduta dell’ -e finale.

(9) Ritorna nel monast. ih Pròvis (con -s posteriomente a S8* Hn f°)> che è in Crestom. x 931, ma dove non si capisce bene se sia appellativo o nome locale. — Dalla Val Monastero si ha anche ripetutamente il masc. duoi due, e insieme trai (e trais). Quest’ ultimo può stare, naturalmente, per frat[s] (cfr. no noi, vo voi), e aver per avventura determinato duoi.

(10) Cosi nella Leventina: prono prato, di fronte al part. in -p ; a Cossogno (Pallanza) : pryto risp. -p; e in altri paesi del pallanzese : plur. praj di fronte a partic. -d, ecc. eco.

(11) Alludo alle forme del tipo stdbel stabbiello, delle quali da ultimo in Romania xliii 574, e che voglion dir *stdbblo ecc.

(12) Il monte Piottino era in antico Piativo (v. Arch. stor. lomb., ann. xl fase, xxxix 241) e ci riconduce a piala (risp. a pigia) lastra di sasso, REW 6586, 6589. — Quanto a Biasca, esso è Ablasca da *Albl- = *AIbulasca. Il nome, certo non giunto agli svizzeri attraverso il Lucomagno, viene dalla ca¬ scata, cosi come dall’ acqua impetuosa, spumeggiante, deriva il nome di Biaschina, cioè il tratto del Ticino tra Lavorgo e Giornico.

(13) Blenio und Leventina von Barbarossa bis Heinrich vii (Lucerna 1911), p. 13.

(14) Mem. Ist. Lomb. xxi 265.

(15) Nell’ode bellunese ‘a rusticis recitata’, che va tra le poesie del Cavassico (n 143 sgg.), si legge (v. 112) chiari cane. La poesia non ha carattere ladino, poco dicendo in fondo 1’ ince dentro (AG i 378, 384). che vi si legge al v. 106. Per la formula ca- vi sono nell’ ode parecchie occasioni, ma è



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sempre rispettata, tranne appunto che in quel chiaii ; che rac- costerem quindi con fiducia all’ analoga forma di Fra Paolino.

(16) Vedi AG xiv 437 sgg., Romania xxvm 409 sgg., Mem. Ist. Lomb. xxi 255 sgg.

(17) Italienische Grammatik, § 169.

(18) Verso oriente, lc\ ritrovo ancora nelle Giudicane (Gartner, pag. 33) e in Val Vestino (Battisti, § 122) accanto al sing. in -do. — Questa constatazione mi porta a chiedermi se i plur. ant. bresciani del tipo di granelli gravati, dei quali è data una diversa dichiarazione in Romania xr.ni 398, non dipendano dalla fusione di un antico -è (< -dii col moderno -df.

(19) Vedi Arch. stor. lomb., ann. xxix, 361 sgg.

(20) E particolarmente notevole 1’ accordo nel a che resta della forinola -ve (-nd) : arbed. SlrèTi (< lomb. sirene) stretto, ecc., sopr. ve~i (< vene) venti, ecc. V. Boll. stor. d. Svizz. it. xvin 33-4.

(21) Ci sono veramente e nell’ Engadina e in Val Mona¬ stero pure esempi di S (cfr. tra altro, i valmon. pack patto, fachùra, < *fchùra < *vchùra, vettura), ma tt prevale di gran lunga. Non crederei però che si tratti di una sostituzione, come vorrebbe il Jud, Rev. de dialect. rom. li 107-8 ; bensì ri¬ tengo che qui fosse il terreno dove s’incontravano le due soluzioni : la lombardo-occidentale e nello stesso tempo so¬ prasilvana, e la lombardorientale-veneta e insieme ladino-cen- trale.

(22) It. Gramm. § 170.

(23) Per i Grigioni, v. Meyer-Lubke, R. Gr. i §§ 297-8; per il Vailese, Zimmerli, Die deutsch-franz. Sprachgrenze ni 152.

(24) RILomb. xxxix 576, St. di filol. rom. vii 209.

(25) V. Meyer-Liibke, Rom. Gr. n § 333, dov’ è rilevato il carattere aggettivale di qualche esempio francese. — Quanto ai Grigioni, la cosa non mi pare ancora avvertita, onde mi si lasci qui rimandare al Pallioppi s. ‘chuffer’ ‘stiizzer’ ‘tschun- cher ’ ‘ truncher ’. Ma la maggior messe d’ esempi mi viene dai testi di Val Monastero accolti nel x voi. pp. 779 sgg. della Crestomazia del Decurtins : qualchùn .... des gnir tschùff q- deve venir arrestato (‘ acciuffato ’) 829, personva .... tschùffa'■ 825, 826, aviond il famagls slxiz lur sai avendo i famigli estinta la loro sete 1095, vegn tschunc' ora . . .il ... tierm vien deliberato il termine 940, la merenda della seira . .. se.o tnot- las atras ... dessen esser Ischuncas ora la merende serale ... come tutte le altre . .. sieno proibite 937, s eal oblig sia ob-





LADINIA E ITALIA


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bligato 808, dessen quels ruottars esser obligs quegli stradini sieno obbligati 855, el ha drizz’ aint . .. una stamparia , ha eretto una stamperia, e ha’ l drizz' aint V inslitut , 1086 (drizzar aint traduzione del tedesco einrichten ), persona ... des gnir priva — et chiasligia p- ... sia privata ... e castigata (1. priva et chiastigia), tal persona des gnir chiastigia, 827, 828, 829, 830, persona ... varda (1. vdrda) p- custodita 826, personna ... salva su ... et gnis condana p- custodita e condannata (1. sdiva, condona) 826, des gnir schmolta la leangua ... moz¬ zata la lingua 920, ecc. Cfr. Anche manifest nel valor parti¬ cipiale di ‘manifestato' 1036, e hainl interlasch (il) bene intralasciato 898.

(26) Meyer-Liibke, Rom. Gramm. in § 308.

(27) Cfr. basso-eng. e valmon. stai e dal ; e v. St. di fil. rom. vii 213, Meyer-Liibke R. Gr. ii § 329.

(28) Ib. ib. § 408.

(29) Ib. ib., § 418. Cfr. eng. [e borm.j patite spazzatura (trent., ver. palùz -tipo pattume, immondizia), murile cantina, madrùca -drina. — E ricordo qui pure un pajo d’ esempi per l’accrescitivo-peggiorativo -àccio: sottos. biasCdc bestione, gronde obeso, brav. sCùmmdc la schiuma del latte che si munge, ecc.

(30) Vedi Pult, Le parler de Sent § 87 ; e St. di filol. rom. vii 223 ; dove puoi aggiungere i mil. slrióz fattucchieria, marioz (ven., parm. maridozo - oz ) miscuglio.

(31) Per i GrigioDi, vedi R. Gr. ii § 493 ; per la Lombardia, St. di filol. rom. vii 228-9. Aggiungi mil. vegiadaa vetustà (Cherub. v), com. scrocadaa furberia, fìnciscedaa pigrizia, slojadaa spossatezza. Da Bonvesin : ceghedd cecità, brutedhae rozzezza, gordedhae avidità, gola, Seifert, Gloss. zu Bonv. 15, 33 ; Giom. st. d. lett. it. vm 412.

(32) AG vii 505, Rom. Gramm. li 462, St. di filol. rom. vii 227. — Io credo che maschile e femminile si riducano a un sol tipo *-onia e *-6nium (cfr. engad. putrita e -ha azione obbrobriosa), dipendenti ambedue, come già accenna indirettamente il Meyer-Lubke, ai sostantivi latini del tipo bibo -ònis, di cui molti avevano un valore spregiativo.

(33) V. la nota 7.

(34) Vedi R. Gramm. ii § 592. — Caratteristico dico il fenomeno grigione, per la vitalità del suffisso, grazie alla quale si può creare quasi ad ogni verbo che lo comporti, un tal cau¬ sativo.

(35) Vedi St. di filol. rom. vii 592.



C. SALVIONI,


(36) Ma il march, troenlare, trovare, dipenderà dall’ in¬ contro di ‘ trovare ’ con 1 inventare

(37) Per il tipo 1 nudo rudente ’ ecc., v. R. Gramm. il § 516, St. di fil. rom. vii 232.

(38) Questa riserva vale del resto per tutto il ragiona¬ mento mio. Nel quale, mi sono attenuto quasi esclusivamente ai dialetti grigioni, perchè tra i ladini sono questi i più re¬ moti da noi ; e la prova fornita per il loro carattere italiano implica senz’ altro la stessa prova per le parlate delle altre sezioni.

(39) Cfr. marangun falegname, urais orefice (venez. orese), scalilèr confettiere (venez. scaleter), trdganl tiratore (ven. -te cacciatore), Satin bigotto (ven. celin ; ZRPliil. xxxiv 387), zenc omonimo (ven. senso ; ib. ib. 398), brajessas brache (ven. braghesse ), uraSin orecchino (ven. recin), buffa mezzina di lardo (ven. bàfa lardo, prosciutto, REW 879), smarra cattivo umore (ven. smura malinconia), cank e s- sinistro (ven. zanco), pàtufler battere (venez. pelufar veron. - fiar ), e ben altri sono ìiservati a una ricerca sistematica. Di stoda cavalla (venez. stoa, in mandar a la s- far coprire la cavalla), v. Rend. Ist. Lomb. xux 1061, e può esser dubbio se si tratti d’un accatto; e cosi salazér selciare salazèda selciato (ven. salisar -soda) potrebbero rappresentare una tradizione ladina indipendente, ma il z in fondo ben potrebbe rendere il venez. k. E il mon. charrera sarà pure il ven. carda con -èra sostituito ad -da.

(40) Nella Sopraselva, pare infatti aversi largionl quale partic. pres. di ‘ trarre ’ (AG vii 483 n, 484), indigeno quindi e diverso perciò da largionl tiratore. Nell’Engadina, alla stregua di stiaunt 1 stante (ZRPh. xxxiv 399 n), ne vorremmo

  • Inaimi. — Un esempio dove, in considerazione di spago

e della sua adozione nell’Engadina, potremmo vedere un adattamento, è il mon. spail corda, che sarà spai (cfr. ' laj lago nella Bassa Engadina), venuto a spail forse perchè alternas¬ sero forme come rai e rait rete, ecc., AG i 241. Ma poi, non potrebb’essere *spacu (REW 8113) un caso di comunella italiano-ladina ?

(41) Per i consensi lessicali tra lombardo-alpini e grigioni si possono vedere intanto le notizie frammentarie fornite dal Guarnerio (Rendic. Ist. Lomb. xu 199 sgg. 392 sgg., xui 970 s £&-> ^i-iii 373 sgg.) e dal Jud, Bull, de dialectol. rom. in 1 sgg. Vedi anche Krit. Jahresber. ub. d. Fortschr. d. roman. Philol. iv’ 181, e i Rendic. citati, voi. xxxix 605 sgg., xlv 272 sgg. — Per alcuni lombardismi evidenti, v. intanto ZRPh. xxxiv 398.




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'42) Son di questi i riflessi di carpentum REW 1710, di corylus ib. 2271, di ariete ib. 645 (aggiungi Varai del mou. ir ad a- essere in caldo le pecore), di *brùcus ecc. ib. 1333 (dove mancano i sopras. brulg e burilg ), di stupore (?) ib. 8331. E cfr. ancora frane, eclisse eng. statizza truciolo vaiteli, scal- scarizza scintilla che scatta dalla pietra percossa collo scalpello; sopras. amblaz piem. ahboldss, corda che unisce giogo e timone, Romania xliii 371, da raffrontarsi forse col savoj. anbliè anello che serve a fe r mare 1’ aratro.

(43) Questi paragoni hanno il valore di quelli che si pos¬ sono istituire, ad esclusione dell Ladinia, tra Francia e questa o quella delle parlate gallo-ittiche : cfr., p. es., verna alno REW 9232, lomb. suge fuliggine, ib. 8425, che non v’ha nessuna ragione di derivar dalla Francia o dalla Provenza.

(44) Se hors e or dipendano da de foris, l’equazione fi ancese-grigione troverebbe un perfetto contrappeso in grig. davart = alumb. destarle (< *de v-) REW 2570, 6254.

(45) Il vegl. sombreja potrebbe però accennare all’ esi¬ stenza d’ un padano *sombriva -ia. E sumbriva è del resto italiano per il suo suffisso ; poiché appunto il sopr. umbriva ci avverte che l’it. ombria sia da ragguagliare a -iva.

(46) Consonanza specifica di significato è anche tra il tranc. se plaindre adire in tribunale (cfr. plainte querela) e il grig. plaundsclier deporre querela. Ma parmi che ne’ Gri- gioni, il significato sia determinato dal ted. klagen 1 lamen¬ tarsi ’ e ‘ accusare ’.

(47) La connessione di dischól (sottos. ischierel Crestom. x 647, sopras. derschalelt ) col loren. dusic risulta però assai dubbia, in quanto questo foneticamente mal s’acconcia a dusius, come avverte l’autore stesso dell’ etimologia. Onde mi par preferibile la connessione col piem. dasiil assiuolo REW 2810.

(48) Già nel più antico monumento di lingua ladina [Ro¬ mania xxxvii 497 sgg,, Gartner, Handb. d. raetorom. Spr. 274 sgg.) c’ è contenia, superbia, già paragonato coll’ ait. conlegna fasto, portamento altero e grave. E vi rileveremo anche gurdus (e curda golosità) col proprio valore dell’it. ingordo (alomb. gordo ) ; REW 3920, dove queste nostre voci veramente man¬ cano. E non è certo detto che contenia e gurdus e curda (1. g-) sien da attribuire senz’ altro a quell’ influsso italiano, che il Gartner, ZRPh. xxxi 706-7, ritiene possibile nel nostro mo¬ numento.

(49) V. Herzog, Die Bezeichn. d. tagl. Mahlzeiten 31-2.






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In questa buona dissertazione è anche accennato (pp. 106-8) alla comunanza italo-retica ne’ riflessi di *poscènium (REW 6685). Sennonché, derivati da questa base, come risulta dal Herzog stesso, sono anche nel franco-provenzale. La comu¬ nanza consisterebbe perciò solo nel possesso del primitivo.

(50) trespino, berberi, è nel Dizion. botanico del Targioni- Tozzetti i 276, n 34.

(51) AG vii 555 n, REW 5554. In quest’ ultimo passo, mucchio è veramente omesso, e posto invece al num. 5797 ; ma io debbo persistere nel mio etimo (Romania xxvm 99).

(52) stumpler sarà quasi ‘ spintolare ’. Cfr. la stessa me¬ tatesi reciproca nel chian. stempeggione spintone.

(53) Curiose concordanze coi dial. centro-meridionali son fornite da tadlar-allecchiare REW 8760 (una base eh’ è però anche lombardo-alpina) e da sopras. cunli- abr. cunlielle col¬ tello, ib. 2381.2. Da rilevarsi pure l’accordo sardo-grigione nel possesso dei continuatori del lat. trifurcium (ib. 8900).

(54) E notevole, a tal proposito, che ne’ riflessi di*brenta REW 1285, il ladino conservi il t (eng. brainla ecc.) come la Lombardia, di fronte al d franco-prov. e piemontese.

(55) Dico 1 dissolve ’, perchè gli effetti del tedesco si av¬ vertono non solo nel vocabolario, ma anche, e più gagliarda- mente, nella sintassi, e persino nella fonetica (alludo all’ ado¬ zione dell’aspirata h prima in parole tedesche che la conten¬ gono, poi in altre ; v. Pult, Le parler de Sent, § 177, Luci §§ 92, 107), e nella morfologia (AG vii 466, 477). La com¬ penetrazione del tedesco è tale e tanta, che la conoscenza di questa lingua è di singolare ajuto nell’ apprendimento del ladino grigione, e che non di rado il passo d’un testo ladino lo si penetra meglio col ritradurselo in tedesco. Sull’ argo¬ mento, v. principalmente Ascoli, AG vii 556 sgg., e Brandstetter, Das schweizerdeutsche Lehngut im Romontschen Lucerna 1905).

(55 a ) Sulle ultime erosioni della terra ladina, v. Pult, An- nalas xxix 172.

(56) V., anche per quello che segue, Del Vecchio, Le valli della morente italianità. Il u Ladino n al bivio , nella Nuova Antologia del 1912 (fase, del 1 novembre) ; Per l’italianità delle valli ladine in Rivista Pedagogica vi (1913) fase. 3 ; Le valli veliche e la questione del Ladino nell’ Almanacco Italiano del Bemporad, a. 1915. Vedi ancora Fanfulla della Do¬ menica 1906 num. 4, e II Marzocco del 1912, num. 37. — Da parte grigione e svizzera : P. Lansel, Ni Italians ni Titdais-chs (s. ind. tip. ; ma estratto dal Fógl d’Engiadina marzo-feb- brajo 1913) ; P. Tuor, Nus Romontschs ed il Talian (in Igl




LADINIA E ITALIA


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Ischi xiv [1913] 321-53) ; C. D[ecurtins], II u Ladino » al bivio di Giorgio Del Vecchio, nella Gasetla Romontscha , 1913 num. 28, e La lutte des Rhélo-Romanches pour leur langue maternelle in La Liberti (di Friborgo-Svizzera) 1913 num. 225; G. de Reynold, La Suisse rhètoromane, Ginevra 1913 (estr. dalla Semaine liltèraire 1913, nn. del 13, 20 e 27 sett.). E purtroppo non ho visti un articolo che, secondo il Lansel, avrebbe stampato il dott. Bardola nel Fógl d’Engiadina, e altri citati dal Tuor.

(57) Questo viso arcigno fatto all’italiano e la benevola indulgenza verso il tedesco che si nota in non pochi ladini, tra quelli s’intende che s’interessano della preservazione del loro idioma, si può in parte spiegare da ciò, che il tedesco s’offre in veste svizzera, cioè patriotica. Ma nella Svizzera, sono anche latini, e soprattutto vi è lingua nazionale pure l’italiana.

(58) Quanto vi guadagnerebbe la stessa coltura dei ladini. Ai quali, quando non sappiano il tedesco, è preclusa ogni let¬ tura di ordine superiore. Poiché le versioni di opere straniere sono di necessità scarsissime e cosi imperfette, quanto ad arte, da non potersene certo ritrarre nessun godimento estetico. La conoscenza facilmente acquisita dell’italiano, di una lingua connaturata alla loro, dischiuderebbe anche agli umili i tesori d’ una ricca e vecchia letteratura. Quand’ io penso che i più tra i ladini grigioni non posson legger i Promessi Sposi o il Cuore del De Amicis, che in una versione tedesca, e tutt’al più, se si tratta di persona colta, francese, mi par di constatare qualcosa di contro natura.

(58*) V. anche Pult, Ann. xxix 198.

(59) L’infondatezza d’un tal timore è dimostrata dai co¬ mune di Bivio nel Sursette, dove la scuola, grazie ad antichi e speciali rapporti colla Bregaglia, è italiana, e dove il Candrian (Der Dial. von Bivio-Stalla, p. 3) constata che, malgrado ciò, è scarso l’influsso sul dialetto della lingua letteraria italiana.

(60) Sarebbe un bel tema, e non difficile per uno studioso indigeno, l’investigare questi timidi accenni ad un’ invalenza officiale dell’italiano. Attraverso statuti e carte curialesche ri¬ corrono a ogni piè sospinto le formule notarili, complimentose e altre in lingua italiana : l’estad prossimo passato; con inter¬ vento in caso di discrepantia ; sine veruna oppositione ; in fede di che; sean tenuti ed obbligats; a risserva in caso di grande necessità, ecc., ecc., delle quali v. il IO” voi. della Crostoni, del Decurtins. Nello stesso volume, a p. 134 è un elenco dei beni



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d una sacristaneria, dova l’antefatto è in ladino e l’elenco stesso in italiano; a pp. 179 sgg., gli articoli di Savognino son nu¬ merati in italiano, e gli articoli stessi dal 27° al 31° sono re¬ datti in italiano ; la convenzione che si legge a pp. 167 sgg., è firmata dai contraenti in italiano ; a pp. S17, un articolo enu¬ mera le feste da osservarsi, e quasi tutti i nomi dei santi vi sono in italiano; a p. 94, al seguito d’una carta di convenzione Scritta in ladino, si legge una nota scritta in italiano, ecc. ecc.

(61) Questo parlar di ‘ naufragio ’ spiacerà certo al Lansel, e i miei più ardenti voti sono, s’intende, per una realtà che smentisca il triste presagio. Ma la rovina totale del ladino grigione è prevista come ineluttabile da tedeschi (v. Morf, Die sprachl. Einheitsbestrebungen d. rat. Schweiz, p. 16, Hu- tschenreuther in Rom. Forschungen xxvii 60Ò) e da ladini (v. Luzi, Lautlehre d. subselv. Dialekte, p. 3).