La storia di Colombo narrata alla gioventù ed al popolo/VIII

VIII. Il ritorno

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VII IX


Il viaggio di ritorno fu quanto mai tempestoso. Una fiera burrasca assalì le caravelle di Colombo in guisa tale da fargli temere seriamente il naufragio senza alcuna via di salvezza. Allora l’Ammiraglio distese una breve relazione del suo viaggio, della scoperta fatta, della linea tenuta e la pergamena, all’indirizzo dei Sovrani di Spagna, chiuse in una botticina e la gettò in mare. Poi ne estese altra copia e questa attaccò alla poppa della propria nave: quali relazioni avevano per iscopo di far conoscere le scoperte fatte e, in caso di morte, perchè non andasse smarrita l’opera sua.

Ma la fortuna assisteva il nostro Genovese. La burrasca si calmò, e Colombo potè approdare ad una delle Azore, il cui governatore essendo portoghese per far cosa grata al proprio re, tentò catturarlo coll’inganno; ma sfuggito ancora a questo pericolo e volta la prora verso Spagna, una nuova tempesta l’assalì a circa cento leghe dal Capo S. Vincenzo e così furiosa che tutti si tennero per ispacciati. Ma come Dio volle, la notte del 3 marzo il marinaio di guardia segnalò la terra e ammainate le vele, atteso il mattino, si trovarono presso lo scoglio di Cintra all’imboccatura del Tago. Qui, ricordando quanto gli era accaduto alle Azore, aveva ragione di temere dal governo portoghese; ma costretto a far buon viso ad avversa fortuna, spedì lettera al re di Portogallo informandolo del suo arrivo dalle terre scoperte e chiedendo ospitalità. E il re, non ascoltando i tristi consigli de’ cortigiani, lo accolse con molte onoranze, lo regalò di una cospicua somma, gli fece prestare gli aiuti di cui aveva bisogno, e quindi essendosi calmato il mare, ringraziato il sovrano portoghese delle cortesie usategli, Cristoforo ripartì, entrando il 15 marzo nel porto di Palos.

Indescrivibile fu il giubilo della popolazione di Palos all’arrivo di Colombo che insieme alle tre caravelle ritenevano perduto, e lo maledicevano di aver condotto a morte tanta gente. Sbarcato, fu condotto al tempio processionalmente a ringraziare il Signore dell’aiuto dato alla spedizione; e intanto egli spedì avviso ai reali di Spagna che stavano a Barcellona annunziando che presto sarebbe andato alla loro presenza. Infatti pochi giorni dopo con sei selvaggi abitatori delle isole scoperte, che si qualificavano indiani, l’oro raccolto e i saggi più originali de paesi scoperti, giunse a Barcellona, compiendo il viaggio in trionfo, poichè ovunque passava le popolazioni erano ad attenderlo con grandi feste.

I Reali lo aspettavano nella sala del trono del proprio palazzo, circondati da tutta la corte. Appena videro entrare l’Ammiraglio, Ferdinando e Isabella si alzarono e fecero qualche passo innanzi; a stento si lasciarono baciare la mano dal grande Navigatore, che vollero si coprisse e si sedesse davanti a loro sopra un seggiolone appositamente preparatogli.

Interrogato, Colombo fece una breve esposizione del viaggio compiuto, descrisse i paesi scoperti, mostrò ai Sovrani gli indiani, gli animali e gli oggetti che aveva portati per saggio, e quindi i Reali, tutta la corte e il popolo intuonarono l’inno di ringraziamento a Dio.

Il re e tutti i grandi del Regno onorarono nel modo più splendido lo scopritore del Nuovo Mondo, cui furono spediti i diplomi definitivi di Grande Ammiraglio e di Vice Re. Fu istituito un Reale consiglio delle Indie con sede in Siviglia per l’amministrazione delle nuove terre, ed altro ne fu istituito alla Spagnuola, affidando di quest’ultimo la presidenza a Colombo con piena facoltà di nominare i funzionari che credeva necessari.

Tutti lo volevano convitato. Ad un pranzo datogli dal Gran Cardinale di Spagna, Mendoza, si riferisce la storiella dell’uovo. Discorrendo delle Indie scoperte da Colombo, uno de’ convitati disse che se l’Ammiraglio non avesse pure scoperte quelle isole, non sarebbe mancato alla Spagna, così ricca di ardimentosi nocchieri, qualche navigatore che le avrebbe trovate ugualmente. A questa sciocca e volgare osservazione, Colombo non rispose, ma tolto un uovo chiese chi fosse capace di farlo stare ritto per forza d’equilibrio. Tutti provarono, ma inutilmente. Allora presolo a sua volta e battutolo alquanto sulla tavola per ischiacciarne la punta, lo fece così star ritto. I convitati compresero l’arguzia della risposta, riconoscendo quanto fosse sciocco colui che trovava facile la scoperta dopo che altri l’aveva fatta.

E qui calza il ricordo della Pinta, che staccatasi dalla nave dell’Ammiraglio nella burrasca che li colse prima di arrivare alle Azore, giunse in Biscaglia da sola, e Alonzo Pinzon nella persuasione che Colombo si fosse perduto, volendo farsi bello della scoperta, inviò una relazione ai Reali, chiedendo loro un’udienza; quindi si recò a Palos, dove trovò la città festante pel ritorno di Colombo. Non è a dire come rimanesse male il Pinzon che, covando odio contro l’Ammiraglio, si ritirò in famiglia, morendo dopo breve tempo di crepacuore.