La dolorosa e mia grave doglienza

Pannuccio dal Bagno Pisano

Guido Zaccagnini/Amos Parducci XIII secolo Indice:Rimatori siculo-toscani del Dugento.djvu Duecento La dolorosa e mia grave doglienza Intestazione 16 luglio 2020 25% Da definire

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V

Ancora mostra il suo dolore per la crudeltà di lei.

La dolorosa e mia grave doglienza
conven ch’eo dica in canto,
com’altri lo piacere e l’allegrezza,
distringendomi a ciò la mia voglienza.
5avegna me’ sia pianto,
corno m’ha preso, la.sso! ’n cor fermezza,
e la chiarezza — di ciò è sembianza
ch’eo mi somisi intero in signoraggio,
fermo avendo coraggio
IO d’altèra donna di servir natora,
u’ solo un’ora — mai feci fallanza,
poi per piacer mi strinsi in suo servaggio,

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und’ho greve dannaggio,
che mi disdegna e dà pena su’ altora.
15Perfetto in signoria mi misi servo,
senn’e voler congiunto
ad un disio, il suo pregio servendo,
e conservendo ciò, com’or conservo,
d’ogni penser digiunto
20sono, ’n ciò servo, ’ntera voglia avendo,
ed attendendo ne in parte diletto,
il qual per lo piacere imaginai;
e perché mi fermai
sotto sua signoria interamente,
25sol che servente — fusse lei soggetto,
piacer disio e tal voglia portai,
e più non disiai,
nel primo: ed or desio simelemente.
Non disiando che solo servire,
30di ciò contento fui,
in alcun’ora: quasi per sembianza
dimostrando ver’me fusse in gradire
gioi’ lei servisse in cui
di ciò sorrise con gran benenanza.
35Ma poi in fallanza — mea vista tornando,
viddi in tutto lo contraro aperto,
quasi di ciò isperto,
poi sua vista fermata m’è in disdegno,
ed io tal segno — per vero approvando,
40di gio’m’ha miso tale in pena certo,
di ciascun ben diserto
e fermo in vita amara e ’n morte regno.
Regnando in morte, sono in suo podere
nascoso e forse pare;
45tanto ne l’alma mia monta dolore,
che, sostenendo ’n pena si piacere,
non si grav’è penare,
ma grave è più via troppo e monta ardore,
     

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ch’io tuttora — contrar me’ voler porto,
50poi miso in parte m’ha si dolorosa,
ove pena gravosa
m’abbonda ciascun ’or, com’aigua in fonte,
ch’el del monte — di gioi’m’ha indi sporto,
unde la pena m’è via più dogliosa,
55poi di gioi’ dilettosa
m’ha miso in pene più ch’io non ho cónte.
Contat’ho parte di mia pen’alcona,
ma non quante in me regna
per non potenza a dire avendo intera;
60che ’l core e ’l dir mi manca e abandona,
e, come foco in legna
s’apprende, pianto in lui simel mainerà,
und’è che fera — tal ho ’n pena vita:
poi, disiando servir fermo intero,
65son di ciascun ben vero
e di speranza d’aver gioi’ luntano;
ma’ non istrano — di doglia ’nfínita,
ov’io consomo coni’ al foco cero,
né cosa mai i’ spero
70mi possa, disdegnand’ella, far sano.
D’altèra signoria
’maginando beltate e più valore,
mi misi servidore,
ov’io son servo, quando a lei gradisse,
75né mai so ch’io fallisse;
ma per bassezza me forse disdegna,
ma perciò ch’io mai vegna
quant’ho di voler manto non m’è viso,
ma tuttora strò fiso,
80né per tormento alcun mutando via.
S’umeltà con fermezza
nel suo scendesse disdegnoso core,
ogni pianto e dolore
di me mi parrea gioi’ ed allegrezza.