L'amore paterno/L'autore a chi legge

L’autore a chi legge

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Lettera di dedica Personaggi

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L'AUTORE

A CHI LEGGE1.

T
u mi vedi, Lettor carissimo, passato d’Italia in Francia. Conoscerai dalla Commedia che or ti presento, ch’io ho scritto per un paese a me nuovo e che ho cercato in qualche scena di produr me medesimo per implorare quell’indulgenza che io sapea di non meritare. La fortuna ha voluto farmi del bene: la Commedia è stata ben ricevuta, e questo pubblico mi ha incoraggito. Per far parte di questa mia contentezza a’ miei amorosi compatrioti, trasmetto questa mia Commedia in Venezia per farla imprimere nel quinto Tomo della mia novella edizione2 pregando i miei padroni e gli amici miei di aggradirla, giacché la mia situazione presente non mi permette di poter per essi far d’avvantaggio. Terminati i due anni del mio impegno a Parigi3 non so dire io medesimo, che cosa sarà di me. Il favore che ha ottenuto questa mia prima operetta non mi lusinga di aver sempre la stessa sorte. Conosco me stesso; ed ho ragion di temere. S'io fossi uno di que’ filosofi che gioiscono oggi, senza pensare al domani, sarei felice. Niente di meglio posso presentemente desiderare. Sono in un gran paese, provveduto decentemente, amato più ch’io non merito, e calcolato piucch’io non vaglio. Aggiungasi a ciò un altro bene: fatico meno. Non ti pensare, Lettor cortese, ch’io sia l’amico dell’ozio; non potresti pensarlo se tu volessi, rammentandoti quanto ho travagliato sinora. Dono a Parigi le stesse ore allo studio, ch’io donar soleva in Italia, ma pure fatico meno, poiché lo scrivere una Commedia in due mesi è un’applicazion che diletta, e lo scriverla in dieci giorni è un lavorar che affatica. E perchè (mi dirai) lavorarla in sì pochi [p. 270 modifica]

giorni? chi ti obbligava di farlo? Non meritava il tuo Paese quel rispetto e quell’attenzione che ti vanti presentemente di usare? Se ciò avesti fatto a principio, non faticheresti ora nello stampar le tue opere per correggerle, o migliorarle. Sì, amico, tu dici vero; ma la necessità di far molto, per profittare mediocremente, tradiva sovente la buona intenzione. L’ho fatto quando ho avuto tempo di farlo. Il pubblico ha conosciuto qualche volta la mia fatica, e il più delle volte si è contentato di una facilità fortunata. La Commedia, che ora leggerai, è brevissima, pure è Commedia intera, ed ho più faticato per farla breve, di quello avrei fatto allungandola: fatica assai dilettevole. Così piacciono le Commedie a Parigi. Ma sola4 non empie mai lo spettacolo; se ne danno due o tre per sera. Piace la varietà; e la novità, quand’è aggradita, prevale. Io non poteva mai lusingarmi che una mia prima rappresentazione in Parigi avesse a riportare un sì buon successo. La quantità d’eccellenti autori, che qui fioriscono, il lungo uso che qui hanno di gustare le migliori Commedie, il gusto particolare della nazione, la varietà della lingua, il poco tempo che ho avuto di riflettere e di osservare, tutto mi metteva in disperazione. Pure, lo crederesti? Parevami la prima sera di ritrovarmi nella mia Patria, fra miei antichi parziali, e di sentire le stesse mani de’ miei amorosi compatrioti. Scrivo ciò in pubblico, per far parte agli amici miei della mia contentezza. Suppongo, Lettor cortese, che tu sia di quelli che mi amano, e come tale ti abbraccio.


Umiliss. Devotiss. e Obbligatiss, Serv.
Carlo Goldoni.


  1. La presente prefazione fu stampata in testa alla commedia nel l. V (1763) dell’ed. Pasquali.
  2. Alludesi all’ed. Pasquali.
  3. Allude il Goldoni, come si sa, al suo impegno presso il Teatro Italiano di Parigi. Ricordiamo qui la lettera di dedica dei Rusteghi, nel vol. XVIII della presente edizione; e la lettera del G. all’Albergati, 5 sett. 1761 pubblicata dal Masi.
  4. Così il testo. Forse si deve leggere: Ma una sola